giovedì, aprile 24, 2008
giovedì, gennaio 17, 2008
Di notte, l'autostrada è un tunnel di luce. Ti insinui in mezzo alle macchine, abbastanza veloce per rincorrere la tua vita in un altro posto, abbastanza lentamente da non morire, per rivedere la luce al di fuori del tunnel, ritrovare la pace della tua vita vera.L'autostrada è un luogo vuoto, di fuga e di alienazione.
Al di fuori, di giorno, gli aironi vestiti di bianco e di grigio mi guardano con il loro occhio di vetro incollato al tunnel di nebbia che racchiude la strada, immobili, onniscenti.
Spingo sull'acceleratore più che posso. Mi faccio piccola e veloce, comprimendo ciò che sono e che ero. Mi sento un'altra a questa velocità: mi pietrifico e mi irrigidisco, la mia mente diventa lucida e trasparente, poi mi rilasso e mi sciolgo. Oscillo tra una carica vitale esplosiva ed una malinconia fatalista. Rido, piango, gioisco e illumino la mia mente prendendo energia dal cielo grigio eppure così vasto e bello. Nello spazio di ottanta chilometri, da ovest a est. Da me a me.
mercoledì, ottobre 24, 2007
Quella sera eravamo a casa sua e dei suoi coinquilini matti, seduti sul suo balcone preferito, sulle due seggiole appoggiate al muro, a destra della finestra bianca dalle tende ingrigite che sempre chiudeva e dava inizio alle mie giornate. Era luglio di due anni fa ed abitavo di fronte a loro.
Guardavamo in alto il decollo di un aereo dietro il tetto della casa di fronte, mentre l’esplosione del viola del cielo e del rosso dei tetti del tramonto ci dava una tranquillità ispirata e fiduciosa.
Passato l’aereo oltre le nostre teste mi volgo verso di lui sorridendo, con l’intento di prenderlo in giro per qualcosa. Il gioco è sempre lo stesso: io lo prendo in giro, lui ride e si illumina, poi risponde energico e aggressivo, apostrofandomi e minacciandomi di talvolta di uccidermi; ridendo lo minaccio a mia volta, a mia volta lo aggredisco con epiteti assurdi, finché il tutto non si spegne o non si riaccende con l’assurdità successiva.
Il mio sguardo in cerca di un bersaglio e di un’idea cade sulle sue pantofole. Pantofole di peluche con la testa di due gatti applicate sopra. Mi si illumina il viso per la vista e mi carico per andare all’attacco.
“Ma come fai a metterti delle pantofole del genere in luglio!”
“Pensa alle tue scarpe, te. Ma sei normale?”
“Io sono normalissima, e tu?”
“Io siiiiiii che sono normale. Se ti prendo ti impicco!”
“Ma sono qui davanti a te, dài impiccami!”
“Nooo, ti appendo lassù all’incudine e ti lascio là al sole, finché un fulmine non ti arriva in testa.”
“Ma no, tu non lo faresti mai!”
“Sì che lo faccio!”
“No che non lo fai, perché io ti faccio a cubetti e ti metto freezer. Come fai poi a dire queste cose con quelle pantofole ai piedi, che sembri un tenerone?”
“E tu sei un ippopotamo!”
“Grazie. E tu invece cosa sei?”
“Io sono un ragazzo molto bello”.
“No, tu sei il mio GATONE”
Il suo volto cambia: dall’aggressività passa alla dolcezza, si scioglie. Appoggiando la sua testa contro
il mio orecchio fa le fusa e, con un sorriso che gli arriva alle orecchie, mi dice: “Sìììì, e tu sei la mia Gatona!”
(per Iri: una foto datata, ma sinora la migliore che gli abbia scattato!)
lunedì, settembre 17, 2007
La fila di camion in autostrada mi sembra triste, nella notte. La magia della lirica la trasforma in un'enorme biscia stellata, carica di tristi pachidermi in fila a testa bassa. Metto la freccia, esco all'uscita giusta, lanciando sguardi veloci a tutti gli specchietti contemporaneamente: mentre il mio spirito vola in alto, il mio corpo, stanco per una corsa di dieci chilometri in spiaggia, guida se stesso ed i suoi abitanti verso casa.
Il mare della riviera adriatica in una notte che si avvicina all'autunno, ha il fascino di un parco giochi abbandonato, o di una giovane prostituta in perizoma che intravedi passando sui viali di notte quando già fa freddo: il suo fascino è talmente potente che, anche se la vita e gli artifizi come stivaloni e trucco pesante cercano di abbruttirlo e soffocarlo, esso esce fuori con violenza. E ti ritrovi a guardare un'altra donna, addolcita ed attratta da un misto di fascino incatenato e soffocato. Così è il mare puntellato di ombrelloni chiusi piantati sulla sabbia bagnata e scura. Riconosci la sua forza, mentre rischia di bagnarti i piedi, riconosci la sabbia della spiaggia, ma ti vergogni quasi ad esserne affascinata.
Mentre corro sono con me tutti e settanta i miei colleghi, poi, piano piano, li perdo per strada. Scendono dalle mie spalle e rotolano giù, venendo inghiottiti dalla sabbia e spazzati via dal mare. Urlano forte, poi piano, poi sempre più piano. Poi non li sento più, sento solo le onde e vedo solo i miei piedi. Mi ascolto, mentre sparo le mie migliori idiozie della sera chiacchierando con Davide. Il blu dei suoi occhi man mano si diffonde in me e, piano piano, ricomincio a vivere più nel nostro mondo al confine della realtà che nel mondo dei numeri. E corro. Corro.
La porta di casa si apre, entrano onde altissime nel salotto placido e calmo.
E con esse entra un essere esaltato e saltellante, che dice di avere visto
degli elefanti,
ed ascoltato musica celestiale,
e visto il mare così bello come non era mai stato
e le industrie che scintillavano nel mare
e le ciminiere che fumavano
e gli ombrelloni piantati sulla sabbia chiusi come gli stuzzicadenti dei cocktail
e insomma, non pensavamo di correre così tanto e le gambe sono dure, ma sto bene e sono felice.
Mi bacia la fronte e sorride benevolo.
Mi ama davvero.
domenica, settembre 02, 2007
Una città è come un grande tapis roulant dove scorrono sopra le vite delle persone: passano davanti ai palazzi milioni di vite, fino a cadere alla fine del nastro, tutte in un mucchietto.
Il mio tapis roulant è questa città, con i suoi riflessi rossi nella notte che non conosce mai buio.
Il jazz, leggero e frivolo, fa da sottofondo a questa città senza studenti, mentre racconto ad una delle persone a me più vicine cosa succedeva nella mia vita, mentre capivo chi ero.
Ma come? E mentre ti succedeva questo io c’ero?
Sì, che c’eri.
E tu non mi hai detto niente?
Non sono una di quelle persone a cui piace raccontare le cose tristi.
Tutto avviene su strati come in una cipolla, passando dallo strato esterno degli altri, fino allo stato interno più intimo: vivo, viviamo, in uno stato di coscienza intermedio, che ci consente di sapere quanto basta su di noi per consentirci di vedere chi siamo, ma anche di non ricordarlo abbastanza.
Nemmeno volendo, riusciremmo a confidare agli altri tutto su di noi, perché l’essenziale è nascosto anche a noi, la maggior parte del tempo. E confidare tutto sarebbe pericoloso: non farebbero che ricordarti chi sei veramente tutto il tempo, senza darti lo spazio per mentirti o per sognare.
La vera essenza è ciò che non è appeso a nulla di concreto, a nessuna delle cose che ci raccontiamo per sentirci sicuri e convincerci che la vita che abbiamo è la migliore possibile. A nessun nome di nessuna categoria cui apparteniamo.
Il vero io esce di notte, in un incubo rivelatore in cui tutti i personaggi più potenti della tua vita sono vestiti a puntino e hanno tutte le loro armi per squarciare uno strato e poi l’altro e poi via fino al cuore della cipolla e della mente.
Esce quando la mancanza di sonno rende le certezze vacillanti come un ubriaco, quando vedo il mondo come chi mi sta attorno e non ha la forza o il desiderio di vedere ciò che è, non come è, ma come potrebbe essere.
Esce quando il dolore si abbatte sul corpo e sulla mente con una scure così pesante da non poter fare finta di niente.
Viviamo tutti una corsa di zoppi; quando la scure trancia di netto una gamba o spacca il corpo e/o la mente di un concorrente a metà – che sia tu o un altro – non si riesce bene a fingere di poter correre appesi a chissà quale ragionevole certezza. E’ in quel momento che si è veramente se stessi, che si è veramente liberi, che si possiede il cuore della coscienza: ogni altro paravento sarebbe inutile e ridicolo.
Non è il tempo che manca, in questa corsa. Nella vita di tutti. E’ il coraggio della sosta. E’ l’onestà della contemplazione della realtà in modo lucido.
Chi corre e va lontano, in un campo qualsiasi, ergendosi sopra la folla di corridori, non ha una volontà di ferro, ma una forza di auto-convincimento mostruosa.
Vuole correre la corsa degli zoppi a tutti i costi ed arrivare lontano, dimenticando ciò che lo appesantisce e lo rende malfermo, ma anche ciò che lo rende umano e fragile, perché gode nell’eccitare la corteccia più superficiale del proprio essere, dimenticando ciò che è all’interno. Si sente un dio mentre costruisce castelli su castelli nella sua mente e si guarda dal di fuori mentre corre così leggiadro.
Il gioco è bello finché la cipolla è tua completamente, finché godi nel leccarne le parti più esterne o ingoiarne intero il nucleo senza sapere cosa c'è dentro, eccitandoti allo stesso modo.
Quando ti accorgi di essere imprigionato all’esterno e di avere perso da troppo tempo il controllo del nucleo forse è troppo tardi, ma è più facile ritrovare la propria profondità o inventarsi una leggerezza che da tempo non si conosce?
lunedì, luglio 02, 2007
Penso e ripenso, scrivo mentalmente milioni e milioni di post, per poi non riuscire a scrivere nemmeno una riga.
Ci sarà il tempo, ci saranno i momenti. Nel frattempo vivo. E pedalo.
L'11 di luglio riparto, per le Alpi. Dal Lago di Garda a Monaco di Baviera. 12.000 metri di dislivello.
venerdì, giugno 08, 2007
Non so perché si pianga ai funerali, se più per se stessi o per la persona che è morta: forse piangevo per me stessa, al funerale di mia nonna. Per egoismo e smarrimento. Perché la mia sicurezza, la mia energia, la mia voglia di vivere, sono state sempre basate sulla certezza che al mondo c'è qualcuno per cui sono sempre stata tutto.
Mi sentivo come se il funerale fosse una cerimonia di addio solo per me e lei, per questo piangevo non curandomi degli altri, perché gli altri non esistevano. Eravamo solo io e la bara, con dentro il suo corpo.
Lei non stava male di sicuro, si vedeva da come stava sdraiata nella bara, con il suo vestito di seta cucito da una nuora che l’ha amata più di suo figlio e quel sorriso sollevato e riposato di chi aveva l’anima in pace: aveva fatto tutto il possibile. Tutto ciò che aveva potuto soffrire lo aveva sofferto sulla terra nei suoi novantuno anni di vita tempestati di fatiche e disgrazie, affrontate sempre con il sorriso beffardo di chi se ne fotte della debolezza e della tristezza, o forse, giacché non se le può permettere, spende le proprie energie trovando un diversivo e rimboccandosi le maniche, sempre.
Tutte le lacrime che avevo potuto piangere per lei, le avevo piante in anticipo. Ogni momento in cui mi rendevo conto di quanto lei fosse per me più importante di chiunque altro, non perché gli altri avessero meno valore, ma perché mi sentivo uguale a lei nel profondo, piangevo, per la sua scomparsa. Di nascosto. Ogni volta che mi diceva che sarei dovuta andare al suo funerale e che non avrei dovuto piangere, piangevo. Ogni momento in cui toccavo il picco della felicità, ridendo e stando bene con lei, poi piangevo. Piangevo perché sapevo che non avrei mai potuto voler bene così a qualcuno. E che nessuno mi avrebbe potuto voler bene così. Non così tanto. Così.
Piangevo al funerale pensando che non solo dicevo addio alla vecchina che andavo a trovare sempre all’ospizio attendendo, pazientemente e con il sorriso, il mio vero nome, una risposta, una domanda, un barlume di lucidità; dicevo addio a anche e soprattutto a tutto ciò che era stata prima. A quello che era, non avevo avuto il coraggio di pensare, per lunghi anni: la foto del mortorio è stata illuminante, ancora parlava, rideva, faceva battute oscene, andava in bici in campagna, si guardava allo specchio ed andava dalla parrucchiera.
Nel substrato del mio essere, nelle mie camminate sicure sui tacchi, nella tenacia nell’affrontare una salita, nella forza nell’affrontare il dolore, c’è e ci sarà sempre una vecchia. Era strabica ed aveva un aspetto buffo, ciò nondimeno aveva sposato un bell’uomo, diceva sempre.
lunedì, giugno 04, 2007
Ho bisogno di cercare nella memoria tutta l'allegria che possa esserci in questo mondo. Quella allegria che ti fa ridere e correre anche al cimitero.
Mia nonna è morta. La ricordo con un post del 2004, come quelle trasmissioni che un tempo, d'estate, quando nessuno guardava la tv, trasmettevano il meglio del meglio, in cui si vedevano personaggi in vestiti invernali, quasi già fuori moda dopo solo una stagione. Una cosa che accomuna me e loro è che, guardandomi, non mi accorgo che è cambiata la stagione, che sono passati tre anni. La mia vita è la stessa. Solo mi risulta difficile ora, dopodomani, ridere uscendo dal cimitero. Perché al cimitero c'è lei, non più sorridente e beffarda in barba all'età ed alla morte, ma sconfitta o forse finalmente al riposo, sotto la terra.
... Con la stessa vocina allegra gli ho raccontato che ieri, insieme a mia nonna, per l'occasione seduta su una comoda carrozzina che le ha permesso di percorrere due o tre chilometri senza fatica, mi sono messa a gironzolare per il cimitero, andando a guardare tutte le tombe del mio piccolo paese. E' stato bello ritrovare tante persone che conoscevo, tutte là, immortalate con le loro espressioni più belle. Molti di quelli che conoscevo erano giovani, quasi tutti morti di notte sulle strade diritte e veloci della pianura, come Max e Leo, che, a 16 anni, saliti sulla moto di Max, hanno trovato entrambi la morte in un fosso vicino al Reno, nella notte, nella nebbia, nel freddo del gennaio del 1989; o anche Monta, che è stato un mio compagno di giochi, quando avevamo costruito abusivamente un campo da pallavolo; c'era anche un vecchietto piccolo e rugoso, che gironzolava sempre con la sua biciclettina nei dintorni della mia casa e anche sua moglie, così grossa e buona, anche se aveva una faccia cattiva che era morta qualche mese dopo di lui. Non mi ero resa conto che fossero morti: si sono dileguati senza che io me ne rendessi conto, e così tante delle persone che ho visto ritratte in foto, sulle tombe. L'epoca della morte dei giovani si lasciava intendere dal loro abbigliamento, mentre gli adulti avevano foto senza tempo. Mia nonna cominciava a scalpitare e quindi sono andata via prima di riuscire a trovare la tomba di Giuseppe P, mio bisnonno, che faceva lo scariolante, come quelli della canzone che ci insegnavano alle medie. La cosa non mi ha intristito particolarmente, sono cose della vita. All'uscita mia nonna si era stancata di farsi spingere e così i paesani hanno visto una scena quanto meno singolare: una novantenne magrissima e piccolina, con i capelli tinti di castano e gli occhialoni, vestita elegantemente di nero e verde scuro, spingeva, mettendoci molta energia, una giovane in minigonna e canottiera, visibilmente sana, seduta su una carrozzina, all'uscita del cimitero!
Tutte due ridevano come due matte, dovevano trovarci qualcosa di veramente divertente in tutto ciò.
La mia passione per lo sterrato poi si è abbattuta come una punizione divina, su mia nonna, che ha percorso, in carrozzina, spinta da me, un luuuungo prato, tirandomi (urlando!) contemporaneamente degli accidenti in dialetto e sventolando pericolosamente il bastone. Poi però sembrava si fosse divertita anche lei, quando lo raccontava a mia madre! ...
venerdì, maggio 11, 2007
Tra una salita ed uno scatto, il tempo vola. Le giornate finiscono nel letto senza più forza, ma con la serenità di chi pensa che magari avrebbe potuto fare meglio ciò che fa, ma non avrebbe potuto fare di più.
A questo e ad altro pensavo quando ero qui, rincorrendo l'ultima luce del giorno.
mercoledì, aprile 18, 2007
La radio lancia nell’aria dell’abitacolo raggi di entusiasmo, ad ogni pressione dell’indice sulla freccina, si diffonde un altalenare di musiche che si alternano come in un juke box impazzito, lanciato a folle velocità in direzione Ravenna. In questo spazio ho ritrovato spazio per la mia ansia, per la cara vecchia compagna di mille corse, di mille avventure improponibili, di mille strane amicizie. La vita la divoro perché non voglio perderla, la sciupo per sentirmi tanto ricca da poterla gettare un po’ via. Amo il contatto con ogni tipo di persona perché non posso fare a meno di nutrirmi della luce dei loro occhi, delle forme dei loro corpi, del ritmo del loro respiro, delle smanie e delle paure che accompagnano le loro menti. E poi scappo via. E soffro. Soffro per non potermi ancora ed ancora nutrire di quelle sensazioni. Corro. Altrove.
Alt-stazione, eccetto telepass.
Il ritmo rallenta. I funamboli sanno bene che se non ti proietti in avanti, verso la piattaforma lontana, a grandi falcate, la corda comincia a sembrarti tutto a un tratto un luogo meno sicuro.
AUTOSTRADA A14 BOLOGNA-TARANTO 9 MORTI DA GENNAIO 2007 GUIDA CON PRUDENZA!
L’ansia, quando la si riesce a spremere al massimo traendone energia positiva, è la peggiore delle malattie mentali: perché ti fa stare bene. Ti riempie di sorrisi e di illuministiche certezze, ti rende raggiante ed esempio per tutti di rocciosa stabilità. Crederanno che sei saggio, che hai una marcia in più, non vedono chi ti insegue, non sanno che quando corri in autostrada con gli occhi di fuori e la musica così forte da spaccarti le orecchie, tu ti senti felice esattamente perché ti senti danzare su una corda, e che ridi perché il solo pensiero di ballarci sopra con i tacchi e vestita di tutto punto, ti eccita da morire, quasi come ti piaceva farti prendere per i piedi e stare a penzoloni a testa in giù.
E’ l’ansia a soffiare sotto l’automobile, mentre corre veloce in autostrada spostando il vento. Il vento gira le pagine del calendario, le lancette dell’orologio, volano via a centocinquanta chilometri all’ora, ed è così che mentre l’ansia, o l’azienda, ti proietta già verso la pianificazione del 2010 per il piano industriale, quindici giorni sono sufficienti per trasformare chi segue un ritmo umano, chi non sente il vento dell’ansia, chi segue il ritmo della Vita. Quando tua nipote ti porge la manina per la prima volta guardandoti fissa negli occhi, capisci che hai corso troppo, che hai dimenticato di ricordarti delle cose importanti, che l’ansia è una brutta bestia. Quando la saluti e te ne vai via di casa, sempre in macchina, ti annusi le mani che sanno ancora di neonato. Il giorno dopo non riesci a farti la doccia, è troppo buono quell’odore: durante il tuo viaggio, sempre, ti annusi le mani e pensi a lei. Poi acceleri, alzi il volume della musica, ridi.
venerdì, aprile 06, 2007
I passanti osservavano persi, guardavano preoccupati ma anche morbosamente curiosi, una ragazza piuttosto elegante e con un viso così per bene picchiare un barbone in carrozzina seduto di fronte alla stazione centrale di Bologna.
Je t'embrasse vite, pour pas te retenir.
Urlava dicendogli che lo avrebbe spinto giù dalla discesa di San Luca con la carrozzina e tutto quanto se non avesse preso quel treno per Ferrara il giorno dopo. Brandiva la borsetta in modo minaccioso e sembrava gliela volesse sbattere in testa con tutta la sua forza.
Ciao Sara, though you were very exhausted from work you put me out to Bologna and showed me crazy places with crazy people. Thanks for that!
Chi era fermo ad aspettare fu richiamato dalle grida di lei e si soffermava ad osservare l'espressione del suo viso corrucciato mentre parlava con il vecchio che, seduto come era, era alto meno la metà di lei. Quei due erano troppo interessanti da guardare. La cosa che lasciava perplessi gli spettatori, già attirati dalla vista di una ragazza parlare poco prima in modo amichevole con un barbone in carrozzina, è che lui rideva.
Je t'embrasse très très très fort.
E vedere ridere una persona in quelle condizioni, in quel modo, esponendo una dentatura si potrebbe dire casuale, colpisce qualunque essere umano: la felicità che poteva esprimere quel volto era qualcosa di primitivo, di umanamente trasmissibile senza bisogno di spiegazioni. Un Sorriso. Uno Sguardo. Brillanti e vivi.
Ma Lei allora è davvero una buona persona [il Direttore mi guarda meravigliato ascoltando la mia telefonata privata, poi distoglie lo sguardo e ricomincia a parlare come se si fosse imbarazzato]. Le dicevo, dell'analsi dei processi,...
E affanculo tutto: la povertà, la vecchiaia, gli scheletri nell'armadio, il tavernello, gli occhiali da vista cinesi, la vita abbandonata chissà dove. Era felice di quelle attenzioni e si vedeva: in fondo, finire ai settanta all'ora in carrozzina giù per la discesa di San Luca sarebbe stato molto meglio dell'attesa vuota, del guardare lo scorrere dello sciame delle persone senza riconoscere in esse un volto amico che non fosse compassionevole, qualcuno che lo guardasse come un uomo ancor prima di guardarlo come un povero vecchio costretto a vivere in stazione. Se qualcuno si arrabbia con te vuol dire che sei vivo. qualcuno si arrabbia con te vuol dire che sei vivo.
Quando cominciò a ridere anche lei il gioco fu chiaro e sullo sguardo perso dei passanti si espanse un sorriso, come a dire che se c'è speranza per quel povero cristo di farsi voler bene, allora ce n'è per tutti. Speriamo.
Lo sai, che vado in montagna venerdì? Sì, ti perdono che sei arrivata tardi. Cosa sei andata a fare in stazione? Hai mangiato? Era buona la pizza. Sì, ok, dormo, sono già le nove. Smack.
Pioveva. Era proprio una giornata di merda. Di quelle coi fiocchi. Mentre lo sguardo assonnato di un mostro a venti teste tutto cornetti e cappuccini guardava fuori dal vetro appannato di un autogrill vicino ad Imola, percepiva appena il viavai dal parcheggio. Si notava però, in mezzo alla folla, uno zaino così grande che sovrastava colui che lo portava.portava.
"Ich haette nie gedacht, dass ich unterwegs so viele nette Leute getroffen haette".
Poteva avere dai quindici ai venti anni ed era sicuramente di origini nordiche: lo si intuiva dalla carnagione pallida e dai capelli biondi e sottili; aveva uno sguardo così dolce da farti compassione, ma così allegro da intenerirti donando al grigio umido della mattina una pennellata di giallo brillante. Chissà da dove veniva. Chissà dove stava andando, poverino, sotto la pioggia.
Una donna lo aveva scaricato nel parcheggio con il suo zainone e lui la aveva salutata con la manina magra ed un sorriso che arrivava alle orecchie, non curandosi della pioggia che inondava la strada ed inzuppava la sua testolina tedesca.
"Vielleicht ist die Welt besser, als man denkt".
domenica, marzo 25, 2007
L'asfalto scorre sotto le mie ruote senza tregua; le ruote dei miei pattini o quelle della mia automobile, non ha importanza, sono io che lo faccio correre, che lo faccio scivolare sotto le ruote come se andasse a morire, a diventare niente. Scorre, scrorre, scorre. E io mi muovo. Cresco, divento ogni giorno più vecchia e più bella, o più interessante, o forse solo più schizofrenica. Mi gonfio di energia e pensieri ad ogni chilometro, mentre il rombo dell'autostrada mi accompagna sovrastando talvolta le voci stupide che escono dalla radio dopo Imola, quando Radio Città del Capo non si sente più. L'autostrada è come la vita, uguale per tutti, proiettati, uguali nelle loro scatoline come nei loro corpi, verso la loro meta come verso tappe della propria vita ma anche verso la morte. Invecchio ad ogni chilometro mentre l'asfalto si suicida sotto le ruote; non c'è tempo di guardarsi allo specchio, si guarda avanti, il qui e ora non esiste. Quando l'asfalto si ferma, comincia la vita nella fabbrica di numeri, dove io sono l'Ingegnere dei numeri.
L'asfalto mi accompagna anche di sabato: fa tornare indietro la lancetta del tempo, le ruote dei pattini smontano ad ogni loro giro pezzetti della mia immagine infrasettimanale. Mi denudano ad ogni metro in più della camicia, dei vestiti eleganti, degli stivali con il tacco di dieci centimetri, fanno sbavare e poi lavano via il rossetto, il mascara e rimango solo io, dentro di me. E quando l'asfalto si ferma ricomincia un'altra vita.
giovedì, marzo 08, 2007
sabato, febbraio 17, 2007
Sembra essere l’unico in stazione a non rendersi conto di come sono vestita: del resto quando ti dimettono dall’ospedale e torni a vivere in stazione, forse non sei troppo interessato alle apparenze.
Tutti gli altri mi guardano attoniti, voltandosi quando passiamo: forse si sono dimenticati che è carnevale, come la signora che, con i capelli spettinati ed un viso stanco, stava guardando la tv avvolta nella vestaglia rosa pallido nel corridoio del Padiglione Albertoni dell’Ospedale Malpighi. Nel suo sguardo c’era il terrore, come se la stessi per uccidere per poi succhiare il suo sangue. Le sorrido e le dico: “Signora, è carnevale!”. Sempre peggio, comincia quasi a tremare.
Ma in stazione di spostati se ne vedono tutti i giorni, quindi passo quasi per normale. Passo di fianco ad un gruppo di poliziotti spingendo la sua carrozzella ed il gruppo si volta: sento gli occhi addosso ed è per questo che ho abbassato sul viso quei buffi occhiali a specchio anni ottanta: a pensarci bene forse peggiorano la situazione, ma tant’è…
Eravamo arrivati alla sua cosiddetta casa in auto: Schumacher si è messo a sedere sul sedile, mentre caricavo a fatica il suo mezzo nel baule strettissimo della Lupo. Poi siamo partiti e lui continuava a dirmi di andare piano; forse voleva che questo viaggio durasse sempre, avrebbe potuto stare sempre lì, in automobile verso la stazione, pur di non arrivare. Mai un viaggio fu così lungo e denso. Due
Vedo qualcuno stare male e dentro di me non succede niente, sento solo la sua energia umana e me ne cibo, non la sofferenza, non la solitudine e la disperazione: mi avvicino senza paura di nulla a malattia, vecchiaia, povertà, malattia mentale; sorrido, scherzo, parlo come se nulla fosse, anche più del solito. E di solito funziona. Funziona sugli altri e funziona su di me: dovreste vedere come funziona. La vita avrà vinto, finché funzionerà questo meccanismo, finché nulla genererà in me quell’angoscia e quella paura che di solito impedisce alle persone di avvicinarsi ai diversi.
La serata procede in una escalation di follia, da quando incontro Margherita e le sue amiche in poi. Divento mano a mano sempre più me stessa, mentre ballo, mentre porgo il mio viso ad uno sconosciuto che punta il suo dito sulla mia fronte e mi disegna una linea verde che divide a metà il mio viso, mentre corro fuori dal locale al freddo per andare a prendere un sacco di coriandoli e li spargo addosso a tutti. Quando torno saltellante nel locale e li lancio con grida festose si allarga il sorriso delle persone. Guardano verso l’alto come bambini che guardano la neve.
E’ strano come anche dei pezzetti di carta possano fare felici gli esseri umani.
lunedì, febbraio 05, 2007
L’autostrada è una di quelle cose che pensi non possa mai andare male, quando ti svegli prestissimo e ti metti in cammino proiettata verso la meta, ignara di qualsiasi cosa di negativo ti circondi, impermeabile al traffico e alla stanchezza.
Hai ancora in bocca quel sapore di caffè rubato ad un altro essere umano. E’ così tanto più buono degli altri. Con quel sapore di zucchero che tu non usi mai, ma che invece a lui piace così tanto. L’hai salutato sulla porta della cucina provando tenerezza nel vedergli addosso quella sciarpa che gli hai messo con amore attorno al collo dolorante dopo avergli fatto un massaggio alla canfora. Lo baci e ridi di cuore dicendogli che sembra un intellettuale, con gli occhiali e la sciarpina, già alle sette e mezza di mattina.
Undici minuti dopo, raccattate chiavi, borsa e cappotto, un’occhiata allo specchio cercando di apparire una brava ingegnerina, sei già sulla strada a cercare di non fare scivolare le scarpe con il tacco sui pedali, a cercare di fare notare gentilmente a quegli incivili che hanno parcheggiato sulla ciclabile, a sorridere ai vecchietti che si svegliano per portare il cane a fare la pipì.
E poi. Trentuno minuti dopo il tuo viaggio procede dritto come una freccia lanciata verso un traguardo, l’unico che il tuo corpo e la tua mente abbiano concepito dal risveglio in poi. Come una freccia vai sparata verso quel bersaglio, mentre la tua mente gira su sé stessa, arrotolandosi a ritmo di musica, cantando per l’euforia di esserci. Di essere su quell’autostrada. Di avere un traguardo forse. Qualcuno che ti aspetta per una riunione.
La giornata si srotola rivelando tra le pieghe impegni di lavoro, montagne di cose da organizzare, contatti umani, sapore di cibi, e di nuovo quel tappeto liscio e veloce, in cui ti spari cantando ancor più forte, per riuscire a vincere la stanchezza, per convincerti a lavorare di nuovo quando sarai tornata a Bologna, da dove sei partita.
Viene sera, poi sempre più buio. Esci alle otto e mezza per stampare la presentazione del tuo capo per domani. Nessuno è in giro, incontri un collega che di solito lavora fino alle dieci, dice. Alle otto e mezza è stanco e sorride ancora, con quell’aria da bambino cicciotello, ora che lo vedi senza il completo d’ordinanza. Un’altra signora ha perso ER anche stasera, ci vorrà un’ora per tornare a casa e non riuscirà a vederlo.
La serata finisce mangiando finalmente un pasto piccantissimo di fronte alla televisione e ad un bicchiere di vino, in compagnia dello stesso intellettuale della mattina. Questa si chiama Casa.
Hai fatto tardi per cena, sono ormai le dieci, ma quando quel barbone austriaco seduto sotto il portico ha cominciato a stuzzicarti chiedendoti di cantare una canzone mentre lui suonava il pettine con la carta di sigaretta non hai resistito. Era troppo bello liberare la voce sotto il portico di via San Donato e ridere, scherzare, parlare, conoscersi.
Mentre pedalavi verso casa, quarantatre minuti dopo, ti erano venute in mente anche le parole di Lili Marlen, mentre, ancora cantando, disegnavi accuratamente la diagonale di via Santo Stefano con la bici.
lunedì, gennaio 29, 2007
- Sono dove avrei sempre voluto essere.
- Sulla fondovalle del Panaro in coda per tornare a casa?
- Beh, in un certo senso...
domenica, gennaio 21, 2007
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
Sono sul balcone di casa mia, quello a cui si accede quando si esce dalla mia stanza da letto. La mattina, quando ti svegli ed esci ancora intorpidita, vieni accecata dalla luce che esce dalla porta a vetri in ferro, con quei ricami riccioluti che assomigliano a due cuori che si specchiano. Esco in terrazza ed incontro mia madre. Noto sul suo viso un sorriso stralunato, quasi troppo allegro per essere suo; ha due occhi troppo vispi e allucinati per essere quelli della persona quadrata che mi ha sempre illuminato e protetto. Ha un rossetto vistoso, porta sei o sette collane al collo; non le ho mai visto addosso degli orecchini: adesso li indossa. Proseguendo la panoramica noto che ha una gonna di velo arricciata molto trasparente, si intravedono benissimo le mutande bianche e le sue magre e bianche gambe lunghe. Si volta verso l’esterno della casa, ed è in quel momento che scorgo mia nonna appoggiata alla ringhiera. L’accarezzo e mi stupisco che sia così calda e che sorrida. E’ diventata un sorridente cactus caldo, chissà come fa a muoversi senza il suo vasetto, i suoi piedi sembrano una specie di blob. Si muove sotto la mia mano sorridendo mielosa mentre si spalma contro il palmo della mia mano. Quanto sorride. E' calda e carina.
venerdì, gennaio 19, 2007
Si accomodi qui e si spogli c o n i l d o r s o n u d o.
Sono un po’ intontita dalla febbre e questa frase pronunciata con tono di voce metallico mi suona un po’ male. Ci penso un attimo. Mentre guardo il vuoto, ancora in piedi nel camerino, vedo uscire la signora in pelliccia che era prima di me e mi rendo conto di non avere chiuso la porta. Poi mi tolgo la maglia ed esco. Sento i capelli che mi ciondolano sulle spalle nude. Il rumore dei tacchi rimbomba nella stanza quasi vuota, mentre mi avvicino ai macchinari. Fa freddo. E’ tutto grigio, metallizzato e verdolino, c’è poca luce. La signora con il camice bianco mi dice di togliermi anche la collana, poi di appoggiarmi bene ad un rettangolo ancor più freddo. Mi appoggio e lei si va a nascondere in uno stanzino. Respiri e trattenga il respiro. Respiro e trattengo.
Respiri. Click. Poi esce, mi fa girare di lato e mi fa alzare le braccia. Mentre mi appoggia al rettangolo freddo sento le mie costole che si aprono a ventaglio per adattarsi alla superficie.
Respiri e trattenga il respiro. Respiro e trattengo. Respiri. Click. Può andare. Mentre mi vesto lentamente sento chiamare ad alta voce un signore, che nel frattempo entra. Si accomodi qui e si spogli c o n i l d o r s o n u d o. Faccio in fretta a vestirmi e ad uscire. Mentre sto chiudendo la porta sento la stessa litania. Respiri e trattenga il respiro.
Esco evitando di guardare il signore che è a cinque metri da me. Mi siedo di nuovo ad attendere. Appoggio la giacca e la borsa sulle ginocchia e mi guardo attorno.
Una elegante sessantenne con capelli grigi e trucco marcato fa le parole crociate appoggiandosi sulla pelliccia.
Un signore di fianco a me legge il Carlino beato. Sua moglie guarda il muro. Poi il soffitto. Poi a sinistra. Poi a destra. Infine si avventa sul giornale di suo marito e ne prende la parte centrale, lasciando il signore impassibile, incredibilmente nella stessa posizione.
Un signore cinese esce dall’ambulatorio con camicia e cravatta in mano: fa un certo effetto vedere le sue due maglie della salute, appoggiate una sull'altra sul suo corpicino magro insieme al suo volto stanco, dopo averlo visto entrare così elegante e apparentemente sereno.
In un angolo sono appoggiati sulle sedie marito e moglie, lui sta indietro per fare spazio alla pancia, lei apre le gambe per lo stesso motivo. Incontrano un conoscente e chiedono se ha origini ferraresi; lui dice, sì, però sono qui a Bologna da anni; loro dicono sì ma anche noi abbiamo parenti ferraresi, che-non-c’è-mica-niente-di-male.
martedì, gennaio 16, 2007
sabato, dicembre 30, 2006
I CSI dicevano che per essere padroni di se stessi occorre essere attenti. Questa frase, ascoltata dieci - o forse mille anni fa - alla deriva su una zattera immersa nella nebbia della pianura, continua a risuonare nella mia mente, è incastonata nella mia vita.E' difficile ricordare la bici e le ansie di due anni fa nella mia situazione attuale: è troppo appagante stare bene ed essere felice insieme a qualcuno che hai scelto, desiderato, perso e poi ritrovato, godere della quiete, delle parole, dei sorrisi, saziarsi del nettare della vita fino a starne male, ma non è questo che, alla lunga, mi porterà lontano. Non è la droga dell'amore e del guscio per due persone che rende migliori gli esseri umani, non è rinunciando a sé stessi per stare con qualcuno che si diventa forti e grandi. Anche. Ma non solo.
Sento di avere messo il treno della mia vita su un binario che devierà dal percorso che stavo intraprendendo. Sarà un bel viaggio, lo vedo lungo una vita.
Ma devo ricordarmi chi sono. Sempre.
venerdì, dicembre 22, 2006
Pare strano, eppure è così: la scoperta più importante nella mia vita risiede nel fatto che tutte le persone hanno una qualche forma di malattia mentale. Io stessa.
Auguri a tutti. Soprattutto a chi non sta bene.
domenica, dicembre 10, 2006
Un tempo scrivevo “quando si forma una pellicola di pensieri sul liquido bollente della mia vita, lo sport, il lavoro e l’amore la distruggono andando a rimescolare il calderone”. Dannazione, è proprio vero.
La mia scrittura, per quanto permeata di positività ed energia fino ad esplodere, è figlia della frustrazione, dell’insonnia, della sbornia da caffè, dell’ansia, non conosco altro modo di scrivere. E di vivere. Ho sempre cercato un equilibrio che non c’era. Adesso che c’è non riesco più a scrivere.
Forse è altrove che devo cercare la forza, è altrove che devo attingere, da un diverso modo di essere, di vivere. Prima però devo capire chi sono diventata e dove mi hanno portato questi anni a Bologna, tutti questi chilometri in bici, a piedi, in pattini, tutte queste persone in cui mi sono specchiata, tutti i fiumi di parole che ho versato in queste pagine.
In realtà so dove mi hanno portato: mi hanno portato esattamente al punto di partenza. Ed è questo che mi confonde.
E’ curioso che una vita sia come un film con la stessa scenografia, gli stessi personaggi a muoversi ed a svolgere le funzioni principali.
Pensavo sarei andata chissà dove, avrei conosciuto chissà chi, nella smania perenne di uscire da quello stato di irrequietezza. E invece mi trovo sempre qui. Ma profondamente diversa.
I tempi passati a cercare di non annegare nella follia e nell’ansia, mi hanno lasciato in eredità uno spazio enorme nel cuore, abituato a contrazioni ed espansioni estreme ed improvvise, hanno reso la mia attuale tranquillità un qualcosa di surreale. E’ come se mi aggirassi continuamente in una Atlantide che credevo sommersa, lontana, irraggiungibile, forse inesistente. Mi guardo attorno e non ci credo, non riesco a pensare di non essere più sola.
Non riesco a credere che davvero Gulliver sia tornato. E’ così.
Alla festa del mio trentesimo compleanno i nostri sguardi si incrociarono fatalmente. Mentre scambiavamo parole assurde, ininfluenti, queste davano una copertura ai miei occhi, che si intrecciavano con i suoi per poi fuggire tutto attorno al suo viso ed accarezzarlo lentamente, mentre la bocca continuava a distrarlo, emettendo parole casuali.
Tutto avvenne in un istante e distrusse come un terremoto tutto ciò che era successo prima: il susseguirsi di eventi, tanti. Persone a tratti padrone della scena, poi scivolate nell’oblio. Ma nonostante questo, la stasi di anni. Lui ed io, sempre noi.
Poi il quadro appeso alla parete immobile per secoli decide di staccarsi. Nessuno sa perché. E’ sempre stato lì, ed un giorno: tac. Si stacca. Cade a terra e va in mille pezzi. Il perché non si conosce, ma non ci può fare niente nessuno perché un susseguirsi imperscrutabile di eventi che nessuno può capire ha portato ad un risultato che si può solo accettare con rassegnazione. Il quadro è rotto in mille pezzi, e noi ci siamo ritrovati, siamo felici.
Ed è con questa felicità che devo fare i conti, perché non è una cosa solo mia: abituata a cavarmela sempre da sola, a vivere sola le mie altalenanti emozioni, il susseguirsi degli effetti delle mie overdose di stimoli, di sport, di contatti, di luci e di colori, ma anche di ombre, mi trovo ora a condividere la mia vita con qualcuno, a vivere in un luogo altro da me. Felice. Accettata. Amata.
Questo blog è figlio dell’eccesso, lo scarto di lavorazione della mostruosa carica di energia e di vita che possiedo, ma anche dell’ansia e della voglia di fare ed interagire, di fare scorta e anche indigestione di stimoli finché l’autodistruzione o l’appagamento non sopraggiungano.
Non ho il coraggio di sovraccaricare un luogo di perfezione, una cosa preziosa e delicata, il luogo dell’estasi dello spirito, del corpo e della mente, con il delirio e l’esagerazione. Non ora, almeno. Fino a quando non saprò scaricare su questo luogo in cui sto vivendo la mia energia in una maniera non già comune ad entrambi, ma mia, solo mia, o in alternativa non riuscirò a trarre energia anche dall’equilibrio e dalla felicità, questo blog rimarrà sopito.
Mentre vivrò, la mia ansia dormirà e io trarrò forza e stabilità da questa virtuosa svolta della mia vita.
A volte mi chiedo se questo blog non rappresenti semplicemente una fase della mia vita. Ma mi rispondo poi che la felicità che mi dà e mi ha sempre dato trasmettere idee, emozioni ed immagini – seppure a poche persone - è impagabile e fa parte di me. Come questo blog.
giovedì, dicembre 07, 2006
Un tempo vivevo e raccontavo, raccontavo e vivevo ancor più intensamente. Adesso vivo, vivo sempre intensamente, ma non racconto più.
Forse perché le cose più belle che avrei da raccontare non sono più solo mie. Forse perché la frustrazione mi ha abbandonata. Non so se sia un normale processo di crescita o se mi stia spegnendo. Lo vedo come un nuovo equilibrio. Come il divenire Amore di un amore.
Forse perché il fatto di lavorare in un grande circo, di cui però non voglio parlare per non correre il rischio di collegare la mia maschera giornaliera con queste pagine (cosa che prima o poi potrebbe avvenire, e pazienza!). Mi diverto a fare la grande. I grandi lavorano - a me sembra ancora una cosa strana: mi guardo attorno e sono contenta, analizzo lo zoo umano e sorrido - e non scrivono sui blog perché non hanno tempo. Forse non sognano? Io non ho mai avuto grandi sogni. Progetti sì.
La mia vita continua però nella stessa direzione. Forse solo con un po' meno tempo per me e per rilassarmi, ma molto per dare tutta me stessa in un lavoro che per ora è duro e mi piace.
Piano piano me stessa si sta arrampicando su per il pozzo in cui si è gettata a capofitto, sta per scivolare sopra i bordi e defluire all'esterno. Si vede che la terra, là sotto, già trema tutta. Intanto, in silenzio faccio foto e lunedì andrò in radio alle 22:30, a parlare del mio viaggio a Bologna.
Scriverò presto qualcosa per un amico in merito.
E per il momento, mentre taccio e vivo, guardo tutto attraverso un obiettivo. Il mondo è diverso quando tuffi lo sguardo, la mente e tutta te stessa nell'obiettivo di una reflex. La adoro.
domenica, novembre 26, 2006
Dopo un periodo di assoluta inerzia creativa si è aperta per me una nuova era!
Ho caricato le ultime foto scattate con una macchina fotografica "di riserva", per poi rimanere, smarrita e vuota, senza la possibilità di fotografare il mondo che mi circonda per ben 4 mesi.
Adesso è arrivata una nuova macchina fotografica e con essa ricomincio un po' a vivere, in questo senso.
Intanto ho caricato le vecchie foto su flickr. Presto scriverò, ho tante cose da dire.
martedì, ottobre 31, 2006
Esco dal lavoro e l’autobus si tinge di una luce verde.
La mattina è giallo ocra e la sera è verde.
La mattina è pieno di matti e di vecchine che vanno al cimitero e sorridono ai discorsi naif degli altri passeggeri. Ercole offre caramelle a tutti dalla sua sportina. Io le accetto tutti i giorni. Nessun altro lo fa. Un giorno andrò anche io in giro con la sportina, se vado avanti così. Anna, la ragazza con l’orecchino di perla, dice che d’inverno Ercole si mette gli stivali e li isola con lo scotch sul bordo, per poi coprire lo scotch con la stoffa. La vecchina, che una mattina mi ha detto di avere abitato a Varese per trent’anni, dice che in autobus c’è molta gente perché giovedì è la festa dei morti.
Si sente suonare il campanello. Ercole e gli altri matti scendono trotterellando verso il lavoro.
Suona il campanello. E scendono dall’autobus tutte le vecchine. Al cimitero.
Suona il campanello, e la ragazza dall’orecchino di perla va a fare le pulizie.
Suono il campanello e quando l’autobus volta mi appendo all’asta verticale, quasi volteggiando. Poi scendo anche io.
Di sera l’autobus è verde, ma non di quel verde dei semafori, di un verde da bagno di una discoteca.
I passeggeri non sono gli stessi della mattina: sono gli operai dell’Enichem, immagino. Li vedo sempre quando ho la pazienza di aspettare l’autobus delle 17:48 sulla statale Romea. C’è vento. Michele c’è anche lì il vento? O è il mare? No, non si sente qui l’odore il mare, c’è solo la statale. E il vento.
Salgo sull’autobus infreddolita, dopo aver parlato con un ragazzo sdentato che aveva appuntamento lì con sua moglie, chissà perché proprio là.
Timbro e mi immergo nella luce verdolina dell’autobus.
Riconosco i passeggeri. Li vedo sempre. Due sono neri con il cappello che fa ombra agli occhi, entrambi giovani, slanciati e belli, con uno sguardo triste e profondo. Un ragazzo mulatto guarda fuori dal finestrino, in alto, chissà cosa occupa la sua mente, sembra stanco e sereno.
Poi c’è un uomo, immagino sia russo, ha dei lineamenti appuntiti e guarda nel vuoto con uno sguardo penetrante.
Guardo me stessa in tenuta da lavoro nella vetrata, sembro una brava bimba con la coda, indosso la camicia ed un maglioncino così anonimo da essere perfetto. Così come lo vorrei.
Sorrido, come se mi dovessero scattare una foto tessera. Poi li osservo cercando di non essere colta nel tentativo di penetrare il loro sguardo. Mi attraggono, ma mi spaventano. Ho paura forse di vedere la sofferenza in quegli occhi, la vera sofferenza.
Non so se è la luce verde dell’autobus o se i loro sguardi sono davvero così come li vedo.
O forse da quando sono ritornata una pendolare leggo troppi libri. Tranne quando cado svenuta per tutto il viaggio da Bologna a Ravenna e mi metto la giacca in testa per non vedere la luce, svegliandomi con le righe dello zaino in faccia. Ho venti minuti di autobus per riprendermi ed arrivo serena e sorridente al lavoro.
La giornata finisce tardi oggi, mi trovo alle dieci di sera ancora per strada. A piedi. A Bologna, almeno. Cammino in via Zanardi a fianco di una donna marocchina con velo e gonnellona che porta una delle mie borse della spesa. Sorride e cammina. Immagino sua figlia mentre mi dice che le aveva detto di stare attenta, che è pericoloso camminare da sola. E lei rideva come ride adesso.
Aspettando l’autobus ha socializzato con una sventurata che aspettava il 18 e non arrivava. E quando ha visto che la sventurata aveva deciso di andare a casa a piedi lasciandola alla fermata lei ha deciso di seguirla, offrendosi di portare una busta. Camminare insieme non pesa come camminare da soli, dice. E ride. Parla dei suoi dieci figli – tre morti – e dei suoi dodici nipoti. E ride. Cammina e dice che le borse non sono pesanti. E ride.
Anche io rido. E mi sento inferiore e misera quando dico che ho trent’anni e neanche un figlio. Mi sento un po’ stupida con le mie idee di realizzazione e la mia cultura, anche se di solito mi bastano e mi soddisfano. E vado avanti ammirando la sua forza ed il suo sorriso smagliante, la guardo e sorrido contenta.
Arriviamo sotto casa e la saluto di cuore. Spero di incontrarla di nuovo, ma la città è così: entri in contatto con la città, con la gente, con una goccia in una nube, indistintamente. Ami la città e la sua gente e lei ti riama,. Non è facile ritrovare la stessa gocciolina. You’ve been given love, you’ve been taken care of, quando avevi bisogno, la città era lì, ad aiutarti, impersonata da una delle sue persone, you’ve been given love, you have to trust it, not from the sources, you have poured yours, not in the directions… Verso la città, verso la gente, indistintamente.
Se oggi, se ieri, se sempre avessi scelto di chiudermi nella mia auto avrei perso tante cose. Avrei perso una vita intera. E le mille vite che hanno cullato il mio viaggio a piedi, in bici e in autobus.
sabato, ottobre 28, 2006
Effettivamente era un po’ che non dormivo così come ieri notte, senza la preoccupazione di dovermi per forza svegliare per fare qualcosa, per difendermi da qualcuno, abbandonata con tutto il mio corpo e la mia mente su quel letto. Oggi mi sono svegliata stordita, mi sono trovata in una vita nuova, come se avessi preparato tutti questi cambiamenti nel sonno.
Mi sono svegliata alle sei meno dieci per prendere un treno per
Affondato dentro come una lama nel burro, ti rivedo, ti riscopro, sento di nuovo lo spessore del tuo metallo che mi trapassa le viscere. Ti guardo, mi guardo, ti risento, mi ricordo. E cosa posso fare, in mezzo alla folla, sotto al tuo sguardo che mi dice Torna, ti voglio, se non tornare? Scendere dal treno in corsa, lanciarmi, rotolare, farmi male e raggiungere i tuoi piedi ancora rotolante, contusa, ferita, ma viva. Cosa posso fare, io povero e misero pezzo di carne, essere umano debole e palpitante, se non credere alla umana natura del nostro terreno legame e lanciarmi dal treno? Dopo avere desiderato, giurato di voler fondere, legare, sciogliere ed infine disfare sotto terra queste mie terrene membra insieme alle tue ed avere poi nascosto tutto questo dentro di me quando non capivo, quando faceva troppo male, sotto quello sguardo non potevo fare altro se non ricordarmi di quell’antico patto, scoprire la ferita che nascondevo a tutti ed a me e lanciarmi giù da quel treno che andava nella direzione sbagliata. Il macchinista avrebbe capito.
E il treno che oggi ho preso è invece quello solito, delle sei e cinquanta, che mi porta a Ravenna, che per me è la città dei matti, oltre che della sede del mio primo vero lavoro. La prima persona che ho conosciuto in quella città per me nuova è Ercole: occhi azzurri, capelli bianchi, sorriso sincero e gentile, cappello con la visiera a 45°, pantaloni ben infilati nei calzini, in mano una sportina piena di caramelle da offrire a tutti nel tragitto casa-lavoro. Finché nella mia vita ci saranno i matti ci sarà vita; ma chi ha vissuto abbastanza sa che i matti non mancano mai quando non mancano le persone.
La mia vita è così. Quello che ho sempre descritto in queste pagine è il mio modo di vivere, di sentirmi viva. Ultimamente scrivo meno perché è come se avessi scoperto, anche grazie a queste pagine, che io sono così e non ci fosse nulla di nuovo, ora che ho messo per iscritto i paradigmi della mia esistenza. Nemmeno per chi legge. Come se chi mi leggesse sapesse tutto di me.
Cari miei, che mi leggete e non commentate, la mia vita sta andando avanti seguendo gli stessi argini di sempre, non c’è nulla di nuovo, in fondo: scorrendo non faccio che diventare sempre più me stessa, quella me stessa che uscì con violenza dalla terra spruzzando pezzetti di me ovunque nello stesso preciso istante in cui aprii queste pagine, da quel momento importante valvola di sfogo per un essere in divenire. La vita pulsa ancora nelle mie vene. Energia pura. Nei miei occhi ci sono sempre gli stessi colori, gli stessi sorrisi, c’è tutto ciò che di bello riesco e sono riuscita ad assorbire. E mentre nuoto sfinita nell’acqua della piscina Vandelli, luogo della mia catarsi, insieme all’Appenino ed a vari luoghi della Bolognina, il mio corpo non mi assiste, ma la mia mente è sempre quella. Deve solo riuscire ad allenare il corpo. Di nuovo. Di più. Per resistere.
Il lavoro mi fa faticare, mi impegna, mi fa conoscere realtà belle e meno belle, mi diverte: per una persona come me lavorare in una azienda di seimila dipendenti e su tre sedi diverse è come la liberazione per un animale che non ha mai conosciuto il suo ambiente naturale. La gente. L’azienda. Le carriere. Le vite. I soldi. I pazzi.
Dentro di me, sotto la camicia stirata meglio possibile, ci sono il mio corpo ed il mio spirito, forgiati dalla bici, dal nuoto, dalla corsa, c’è uno spirito ribelle e lascivo, pazzo, incontenibile. E sempre sarà così. E’ solo il tempo che mi manca. E’ solo la macchina fotografica che mi manca. Mi ha fatto un brutto scherzo: si è rotta e così dovrò sostituirla al più presto per continuare ad esprimermi ed a emanare energia ad ogni scatto, ma con un po’ di tempo e pazienza ritornerà tutto a posto.
Il Bambino dice “quando ero alle medie ballavo la break dance” e gli brillano gli occhi quando vede dei ragazzini ballare, invasati, al ritmo di quella musica per me inascoltabile, ma dice che è una cosa appartenente al passato.
Io gli dico “una volta scrivevo più spesso sul blog”, “una volta nuotavo sempre in questa piscina”.
Non è la stessa cosa. Quell’acqua sono io. Questo blog sono io.
domenica, settembre 24, 2006
Cara Bambina,
perdonami se non ti chiamo con il tuo nome, ma ancora non lo conosco: la tua mamma ed il tuo papà fino all’ultimo giorno hanno voluto tenere il segreto ed ancora il giorno della verità non è arrivato, perché il Giorno è domani, il giorno in cui i medici hanno deciso che tu nasca, perché sembra che tu non riesca a nutrirti a sufficienza; e così, via!, è ora di uscire. Tante delle cose che succedono adesso e che succederanno attorno a te per anni non le saprai, non le capirai e non le ricorderai finché forse sarà troppo tardi. Non saprai mai quanto era bella la tua mamma quando sei nata. Il giorno prima della tua nascita, oggi, nel giorno del suo ventisettesimo compleanno.
Lei e tuo padre sono venuti a casa dalla tua nonna tutti preoccupati. Lei era nervosa e non riusciva a stare a tavola: voleva andare a casa a fare le pulizie, in un impeto maniacale che celava la sua preoccupazione, la voglia di sfogare in qualche attività manuale la paura. Lui, attento ad ogni suo respiro, pronto ad acconsentire ad ogni suo desiderio per non dispiacerle, quando lei le ha ingiunto di pulire la macchina con prodotti specifici per il cruscotto, perché solo con l’aspirapolvere non va bene, ha acconsentito pazientemente, per non darle dispiacere, dicendo che, certo, come gli era potuto venire in mente di usare solo l’aspirapolvere!
Non ti renderai conto forse di quanto sono belli i tuo i genitori. La tua mamma è alta, bionda, ha il fisico di una vichinga e lo sguardo pungente ed intelligente di un felino, capelli lunghi e biondi; il tuo papà è alto e magro, ha i capelli lunghi, la pelle color miele ed i lineamenti delicati. Lei è la persona più nervosa e volitiva che io conosca, ribolle in lei una creatività folle, lui è la persona più mansueta che abbia mai visto, lo immagino dolce ed attento ai particolari di ciò che fa, sensibile e con la semplicità di chi sa cosa è importante nella vita, ma non lo conosco. Si amano. Ti aspettano.
Anche io ti aspetto e sono qui che mi chiedo cosa verrà fuori da questo mix genetico. Oggi ti pensavo mentre tornavo a casa pedalando da Decima verso Bologna come mio solito – chissà se quando avrai dieci anni o venti ancora lo farò – il vento mi riempiva le orecchie con il suo frusciare, in cielo un getto aveva creato sulla mia testa un tappeto di pecorelle bianche sullo sfondo azzurro intenso ed il sole stava tramontando. Pensavo a come sarà la tua vita ed a come è stata la mia. Pensavo che in fondo la crisi dei trent’anni ce l’ha solo chi non è pronto a lasciare la propria vita ed i propri sogni per la vita ed i sogni di qualcun altro. Perché è questo forse diventare adulti: lasciar perdere il desiderio di fuggire e disperdere a pioggia le proprie energie e provare gusto nel pianificare, nel concentrarsi sulla propria famiglia futura, farsi da parte per creare lo spazio per qualcun altro.
Qualcun altro come te, per esempio, magari con altri geni. Per esempio i miei e quelli di un tuo ipotetico zio. Trent’anni come i miei, per esempio.
E adesso sono qui che penso a ciò che ho visto e vissuto oggi. E ti scrivo. Pensando anche a come farti pervenire questa lettera in tempo utile, cioè quando ciò che scrivo lo potrai davvero capire. Ma forse è giusto che tu non riesca a leggere ciò che scrivo: è così che va la vita. Non lo leggerai, ma te lo farò capire giorno per giorno, da domani in avanti, giorno in cui comincia la mia carriera di zia.
Si cresce non rendendosi conto di quanto amore sia presente attorno a sé. Si cresce pensando che coloro che sono attorno a te lo siano sempre. Che siano sempre in grado di capirti e di sorreggerti con il loro amore come hanno sempre fatto. E poi un giorno scopri che invece la vita non è il nido accogliente di sempre, diventi grande e ti accorgi che le persone scompaiono, o semplicemente si assentano.
La tua nonna, oggi pensavo proprio alla tua nonna. La tua nonna non è come la mia. Io ho avuto una nonna emiliana a te ne capita una bresciana, sono sfighe che capitano… Non la riesco nemmeno ad immaginare con il pancione ad attaccare trent’anni fa il fiocco rosa che oggi ho visto al cancello di ferro nero della nostra casa, o meglio: solo ora che lo vedo lì, ingiallito anche dopo un lavaggio accurato riesco a capire che vengo dalla pancia di qualcuno. E’ naturale non ricordarselo: veniamo generati come esseri capaci di muoversi indipendentemente dritti dritti verso i nostri obiettivi, sempre persi alla ricerca del senso del nostro percorso.
E chissà, anche tu sarai pronta a spiccare il volo e noi staremo a guardarti. Magari un giorno ti renderai conto dell’amore che ti sta attorno, magari avrai la fortuna di non avere rimorsi e rimpianti verso chi ti ha amato incondizionatamente. Io non ce li ho e già è difficile così; è importante non averne. E’ importante che tu non dimentichi nemmeno un attimo della tua vita che sei nata e cresciuta in una famiglia che ti ha voluto dare tutto. Quando magari un giorno andrai a trovare tua nonna e lei ti darà del lei e non si ricorderà il tuo nome, beh, sarà troppo tardi. Devi arrivare a quel giorno preparata. Devi aver potuto vivere con lei tutta la vita che potevi vivere. Devi aver potuto vivere con tutti la vita che potevi vivere.
Della nonna che fu, della tua bisnonna, rimane a casa nostra un particolare che non sfugge solo agli occhi più attenti. Il resto se ne è andato. Rimangono attimi nella nostra mente. Una persona. Una presenza invisibile. E’ solo l’amore che resta.
Avrai l’onore di dormire in un lettino speciale: ha quattro rotelline, ma una è consumata. Si deve essere bloccata, e mia nonna, trascinando avanti e indietro il letto in un impeto cullatorio per mesi e anni, l’ha consumata. La tua nonna la guardava sorridendo, io volevo mettermi a piangere, ma non sono il tipo di persona che si lascia andare a scene del genere, in fondo in famiglia siamo tutti così: si rifiuta la tristezza e la malinconia come se fosse un lusso che non ci si può permettere, e si va avanti, a testa alta, con il sorriso di chi sa che la felicità è fatta anche di operosità. In questa famiglia ed in un’altra famiglia che non conosco, tu vieni alla luce.
Vieni alla luce in una famiglia dove ogni donna ha fatto ogni cosa per la sua figlia e così di generazione in generazione. E tua zia oggi è arrivata alla conclusione che per saper vivere bisogna saper infilare il pigiama ad una anziana a peso morto senza fare male né a te né a lei. Non sono ancora capace in maniera perfetta, ma lei mi ha detto ‘grazie signora, lei è molto brava’. Le ho sorriso. Lei mi ha sorriso felice. Cercherò di migliorare, del resto anche a lei non aveva insegnato nessuno a fare la mamma e la nonna eppure è riuscita bene nel suo intento, rotelle consumate a parte.
venerdì, settembre 08, 2006
L'amico di sempre disegna sulla carta il circuito chiuso in cui sono stata catturata. Sono io. Sono io quel passaggio tra rettangoli, quel collegamento a frecce che passa sempre sulle stesse posizioni. Mancanza di stimoli chiama demotivazione, demotivazione chiama tensione, tensione chiama mancanza di sonno, mancanza di sonno chiama ansia, ansia chiama il resto. Il cerchio si chiude, inviluppa me e la mia vita, finché qualcosa non lo rompe come per magia.
Il sonno. Il sorriso di un passante. La bici. Le foto. L'amore. Il sesso. Mia mamma. Mia nonna. La vicinanza. Lo shiatsu. Il ritratto di un profilo che adoro. Venti righe scritte scaricando sulla tastiera l'elettrostaticità che il ruotare di continuo genera in me. Ognuna di queste cose ha la potenza di rompere l'anello.
Si riparte.
















