mercoledì, dicembre 29, 2004
Mi era piaciuto drammatizzare ed esagerare, come sempre all'eccesso, le sensazioni del giorno del distacco. Il distacco è avvenuto ed ora si lavora di telepatia, almeno fino ad un nuovo segnale. "Ma tu hai un guru?" Lui ha una guru, io ho un guru, il fatto è che siamo ognuno il guru di noi stessi e parliamo con la parte di noi che ha voglia di credere nell'automiglioramento.
Io parlo con lui, tutti i giorni. E lui mi sente. E io le sento le sue risposte? Beh diciamo che mi sto cercando di sintonizzare meglio...
Gulliver scherza, ride con il suo bellissimo sorriso beffardo e mostra i dentini, dice di essere il mio guru, mentre scrivo, ma chissà che fine farei se lo seguissi sul serio, se seguissi sul serio chiunque. A volte capita di perdersi in qualcuno -it's only when I loose myself in someone else that I find myself...echeggia la melodia di questa canzone, colonna sonora della mia partenza del 1 ottobre 1998 - ma ci si risveglia sempre e comunque come da un incubo, anche se è bello lasciarsi andare, lasciarsi cullare dal ritmo di qualcun altro, non pensare, sentire e basta. Gli anni novanta non esistono più, il mio liceo non è più dove era, San Giovanni è cambiata, le persone sono diverse, la nostra vita non è più la stessa. E io mai ripenso a quegli anni perchè sono come una specie di cipolla che aggiunge sempre uno strato nuovo e appare e vuole sentirsi sempre nuova, sempre diversa, ma il mio cuore è là, o almeno gli strati più interni. E' John a ricordarmelo, a ricordarmi quanto sia vero quello che ho scritto nel post precedente - ne ho bisogno -, e chissà come mi vede, ora, chissà se non riesca a vedere, magicamente, solamente quello che è rimasto del mio cuoredicipolla, saltando a piè pari tutto quello che è venuto dopo. In queste situazioni mi sento quasi impotente, mi sembra di non potere essere che lavecchiame, perchè lui non è come gli altri: sa da dove sono partita e non si lascia abbagliare.
domenica, dicembre 26, 2004
Me ne sto per andare. Una telefonata o un sms metterà in stand-by una parte di me, la parte di me che scrive questo blog perché possa essere letto e dare l’impulso di una linfa vitale, dare la gioia di vedere con i miei occhi quanto può essere bella la vita, fare riflettere sulle cose su cui ho riflettuto. Non può esistere se non esiste la parte di me che lo scrive, che vive perché alimenta, vive perché comunica, vive per ricevere la forza di guardarsi dentro e per lavorare su di se. Ognuna delle persone a cui teniamo è lì con noi perché, con i nostri comportamenti, facciamo sì che vi rimanga, per darci la forza di tenere in vita una parte di noi che altrimenti sarebbe soverchiata dalle altre, assetate di potere e avide di dominio esclusivo sul nostro io. Penso questo, mentre guardo l’acqua della vasca che si arrotola in piccoli vortici portando con se la schiuma, sentendo sulla mia faccia il vapore caldo e denso e nella mia mente l’annebbiamento che si diffonde come vapore; penso a quanto importanti siano le persone che, come in un continuo processo di esperienza e di apprendimento, come in un laboratorio di vita-scuola, mi hanno insegnato a vivere. Se nella mia vita ho mai manifestato attaccamento a qualcuno o interesse verso qualcosa l’ho fatto, inconsciamente, sempre e solo perché ne ho bisogno, anche se poi do ad ogni scheggia di questo frullatore impazzito, un’importanza che potrebbe essere fraintesa e minimizzata.
Io ho bisogno.
giovedì, dicembre 23, 2004
Sono al pc e sto controllando la posta. Mi giro perchè lo sento parlare e mi rendo conto che lui è proprio lì: è la materializzazione della mia coscienza, anche se sembrerebbe una persona. La mia coscienza è un uomo, giovane, belloccio, sempre spettinato e con la faccia stropicciata, ma comunque belloccio, ha la voce bassa per il fumo e la mente annebbiata dal vino e dagli eccessi della sera precedente, ma ha sempre quella tagliente lucidità che gli fa parlare solo per dire cose che mi fanno pensare. Le cose più intelligenti le dice aspirando fumo, con la bocca piegata in una smorfia e gli occhi socchiusi, mentre succhia il fumo dentro di se. Tutt'a un tratto, parlando del più e del meno, mi dice cose che mi fanno riflettere, mi fanno male, a volte, a volte invece mi fanno solo ridere di me stessa, di quanto sia facile per lui capire come mi sento, mentre per altri e a volte anche per me è tutto così complicato. Perchè lui sa chi sono. Oggi gli occhi piangono in bici perchè loro sanno che è -1, anche se io non lo sapevo. Si sono gonfiati, venendo qui, ma io non sento freddo, anzi: sto benissimo, mentre come sempre raggiungo la mia postazione di lavoro. La mia coscienza mi dice: "Che cazzo ci fai qua che è il 23 di dicembre?". Buongiorno, eh?!
martedì, dicembre 21, 2004
Esiste un mestiere dove si deve andare a cena fuori tutte le sere in ristoranti lussuosissimi, vestirsi sempre elegantissimi e parlare del più e del meno cercando di divertirsi? Si chiama "mantenuta di un miliardario", dice Gulliver: e io che speravo che ci fosse un lavoro meno faticoso con le stesse caratteristiche. Ieri sera sono andata a cena in un circolo esclusivo di Bologna, uno di quei circoli dove diventi socio sborsando una certa cifra annuale, per poi aggirarti per queste stanze dai soffitti alti 5 metri e affrescati, come se fosse un po' casa tua, casa tua e di quelli che come te sono soci, tutti prontamente indicati da una lugubre targhetta di ottone con il nome scritto in nero, posta all'ingresso. Mi guardo allo specchio mentre sono seduta a tavola e mi vedo bella, elegante, curata, mi dicono che sembro -addirittura!- una di quelle donne che ammaliavano James Bond (esageraziooooneee!). Poi penso a cosa ho fatto prima di andare là e mi viene da ridere. Dopo avere nuotato a più non posso, fino veramente allo sfinimento, dopo avere pedalato a fatica -con la mia solita tenuta da ciclista metropolitana- ed avere raggiunto miracolosamente la base del palazzo dove abito, dopo i mitici 5 piani di scale senza l'alternativa dell'ascensore, percorsi quasi strisciando gradino per gradino, mi sono abbandonata sulla poltrona a fiorellini verdesporco, mangiando due kiwi, pensando che stavo-per-essere molto in ritardo e avevo bisogno di trarre una magica energia da quei due frutti aspri e di colore così intenso. D'un tratto mi sono alzata dal divano, sono corsa in camera e in circa 10 minuti avevo compiuto la metamorfosi. Segue una serata bella e rilassante, in cui tengo banco, come sempre, con le imprese ciclistiche, in cui si racconta, si ride, si scherza, come in una eterogenea famiglia. Si organizzerà, addirittura, un giro con anche il mio Professore: perchè mi metto sempre nei guai??!!?
sabato, dicembre 18, 2004
A volte negli iperspazi delle amicizie ci sono nicchie riparate, ci sono amicizie che si preservano come fossero preziose suppellettili antiche, mentre le altre navigano nel pentolone in sobbollimento continuo come pezzi di patata nel minestrone; ci sono momenti in cui stai bene come se fossi da solo; ci sono cose che puoi dire solo quando sei in questa nicchia, con i suoi occhi azzurri che ti guardano e che diventano seri quando cercano di trovare le parole per risponderti. Si parte. Speriamo. La Bestiola mi ha detto che preferisce partire da solo con me e la cosa mi ha riempito di una specie di orgoglio e di serenità, della stessa serenità che genera in me il suo volermi bene. Gulliver intanto bolle nel minestrone, ma mi sono prontamente attrezzata di mestolo forato. Lo salverò!
giovedì, dicembre 16, 2004
Io ho un corpo.
Io ho una mente.
Chi è "Io"?
mercoledì, dicembre 15, 2004
Mi sveglio sempre un po' frastornata quando vado a letto dopo mezzanotte e quasi mai riconosco la mia camera, al risveglio: devo sempre fare una specie di riassunto della situazione e ricordarmi che da 5 anni non abito più a casa mia e non mi sveglio nella mia camera, salutata magari dal mio poverocane che mi fa le feste, mentre entrano i raggi di sole dalla porta a vetri in ferro nero che dà sulla scala esterna, o si intravede la nebbia che, con il suo pugno bianco e grande, bussa alla porta. La prima cosa che faccio è accendere la radio che sta dietro alla mia testa, sollevando la levetta della radio e accendendo l'amplificatore, cercando di sintonizzare le mie orecchie sulle prime voci -il gr di Popolare Network- o sulle prime note -la musica di Radio Città del Capo-. Dopo avere osservato un po' la mia stanza ed avere messo a fuoco i vari oggetti lanciati in uno dei passaggi veloci tra il lavoro e le mie occupazioni serali ed avere constatato quanto sia disordinata, srotolo il tappetino che uso per fare yoga ancora con le gambe sotto le coperte e mi trascino giù dal letto, lasciandomi andare sul tappeto e comincio a svegliarmi facendo qualche asana. Quando mi rendo conto di avere preso coscienza mi alzo in piedi, mi metto i miei Birkenstok -grazie ai problemi circolatori delle mie coinquiline ci sono 23.5 gradi di giorno e 19 di mattina, con i termosifoni spenti, e quindi mi vesto come d'estate, mentre loro si godono le pantofole di pile- ed esco dalla camera, oltrepassando il corridoio buio e vuoto, allontanandomi dal rumore della radio che si affievolisce, per andare in bagno, non prima di avere messo a bollire l'acqua per il caffè d'orzo. Segue la mia colazione, rigorosamente in piedi, tranne alcuni giorni in cui mi concedo di consumare il mio solito yogurt con il muesli (solo uno dei due soliti) sulla bruttissima poltrona a fiorellini -direi verdesporco- con tanto di poggiapiedi intonato e il rito del caffè d'orzo, al quale sono sinceramente affezionata. Un rito che ho sempre compiuto da quando sono bambina è quello di uscire, al risveglio, per vedere che tempo fa, senza curarmi tanto dell'abbigliamento -mia mamma mi sgridava sempre per come andavo conciata in cortile, al risveglio, non curandomi degli sguardi furtivi dei vicini dietro le loro tendine- e lo faccio ancora, sul mio terrazzo: valuto se si vede San Luca, prima di tutto, per poi passare in rassegna, una per una, tutte le mie piantine, annaffiandole, se è il caso. Grazie alla temperatura tropicale che regna a casa mia posso uscire in camicia da notte e birkenstok, tanto è il calore accumulato, anche ora che di mattina ci sono 7 gradi. Piano piano, poi, mi preparo, ascoltando il gr e facendo magari qualche esercizietto di yoga o di stretching supplementare e, a circa un'ora dal risveglio, mi metto giacca, guanti e caschetto, mi carico sulle spalle il mio zaino da montagna che serve a contenere gli indumenti per la piscina o per la palestra, e scendo le scale, dopo avere salutato le mie coinquiline che si svegliano alle otto circa -non sempre- o alle otto cominciano a rotolarsi nei loro sarcofaghi di pile e lana. Dopo 5 piani di scale tolgo il lucchetto alla mia nuova bici grigia metallizzata ed esco. Mi lascio andare per un breve tratto in discesa, fino al semaforo, e poi pedalo fino a Porta Lame, facendo lo slalom tra le macchine e dirigendomi su via Zanardi. La prima della giornata è il sottopassaggio: bisogna portarsi sul centro della strada, per non correre il rischio di rimanere fermi nel sottopassaggio, cercando di avvistare, con la coda dell'occhio, le macchine che si avvicinano da dietro, poi pedalare in discesa, sulla riga centrale per prendere lo slancio per affrontare la prima salita della giornata, tentando di non farsi investire dalle macchine che provengono nel senso opposto, ed evitando la montagnetta di asfalto che si trova esattamente sotto il sottopassaggio, schivandola sulla sinistra, e dando forti colpi di pedali fino ad avere guadagnato il semaforo all'incrocio con via Carracci. Via Beverara, poi, è una passeggiata, perchè è tutta in piano e non ci sono molte macchine. Mi concedo un po' di riposo leggendo i cartelli fuori dalle ditte, ma cercando di non perdere il ritmo, sentendo il mio corpo che si è riscaldato, nonostante il freddo e vedendo tutto intorno l'erba brinata. Quando raggiungo il Navile sono rilassata, riscaldata e felice e ammiro le vecchie case che ancora tentano di specchiarsi nelle sue acque torbide e osservo i passanti e le persone che si prendono cura delle case e delle sponde del canale. Entro poi nel cancello, striscio il cartellino e saluto, come tutti i giorni, il Cicciobellogiganteinvecchiato che sta all'ingresso a fare da guardia. Per me comincia così una nuova giornata lavorativa.
martedì, dicembre 14, 2004
Bologna è la città del cazzeggio, il paradiso dei cazzeggiatori, di coloro che fuggono dal lavoro o dallo studio e vanno a spassarsela in giro per la città: c'è sempre gente, sempre gente giovane, sempre i pub sono pieni -anche alle 4 di pomeriggio- e sempre camminando o pedalando per via Zamboni o una qualche altra via mi sembra di sentire una musica pulsante, in mezzo a tutta questa gente; sembra che il loro andirivieni crei un battito, un ritmo, che tutti sono obbligati a seguire e che si cavalca come quando ci si fa trasportare dalle onde.
In questo mare ho incontrato una pallina, un passerotto a forma di pallina che se ne stava pensieroso sotto i portici di via Mascarella. Mi sono fermata e l'ho preso in mano, tremava, ma non troppo, non si dimenava, stava solo lì atterrito a guardare il vuoto con il suo sguardo da volatile. Ero di corsa, ma in quel momento ho pensato di correre a casa con il passerotto e passare il resto del pomeriggio con lui, mi sono passate per la testa tante cose, mi sono sentita felice e fortunata per un così bell'incontro e poi se ne è volato via. I lillipuziani sono ovunque, si incontrano anche per strada per caso, a volte. L'ho guardato con tenerezza e gli ho detto che avevo fretta, poi gli ho stretto la sua manina che era fredda e bagnaticcia e, dopo i dovuti convenevoli, se ne è volato via ed io ho fatto la stessa cosa con la mia bici. So bene che questi due incontri sono stati distinti, ma è bello, adesso che lo scrivo, vederli indistinti e sentire le stesse cose per il passerotto e per il piccolo lillipuziano. Accolgo entrambi gli incontri con stupore e meraviglia, con affetto e nostalgia.
Sto progettando una vacanzina da 1800 Km in bici.
Io sono una donna fortunata: oltre ad avere un poverocane ed un sacco di amici, ho anche un Animaletto. Costui ha sembianze umane, ma si tradisce spesso e mi mostra in modo disarmante la sua selvaggia indole da animaletto dei boschi. Ogni sua apparizione è accolta da me con un sorriso fanciullesco, lo guardo come una bimba triste che vede passare davanti alla finestra Babbo Natale con tanto di renne.
lunedì, dicembre 13, 2004
Non ho più bisogno di caffè: la mia testa si è svegliata all'improvviso (si sarebbe potuto sentire uno "sdeng!" stamattina alle sei e mezza) ed ha lasciato che l'adrenalina fluisse, rendendomi sveglissima anche senza droghe varie. Una illuminazione in un giorno abbastanza grigio, nonostante il tempo meteorologico, in cui mi trovo allo stesso posto con la stessa me, a fare le stesse cose, mentre ho gli occhi vigili perchè so che oggi qualche cosa succederà. La scorsa settimana era cominciata bene, in modo ordinatamente sereno, con il ritmo della marcia di un esercito positivo, ma poi è andata avanti avvolgendosi su se stessa, danzando sulla corda tesa e sottilissima intessuta dalla mia voglia di buttare tutto all'aria. Io che rincorro i miei giorni, mi ci rotolo dentro, li annuso e sorrido sentendo vicine giornate piene e corpose. Ma piene di che? Piene di egoismo, menefreghismo, di sogni e di inconciliabili desideri, di incertezze, di sonno abbandonato e di appuntamenti fatti saltare a causa della mia distrazione. Non so se sto bene o se sto male, ma intanto vado avanti in queste torbide giornate e forse rimarrà qualcosa di sensato in me anche da tutto questo viavai di pensieri.
giovedì, dicembre 09, 2004
Tante immagini, poche parole da scrivere. "L'uomo senza sonno": bellissimo. Una cenetta intima, come si suol dire, con il mio caro Geco. Una festa inaspettata. Un ballo sfrenato, fino allo sfinimento, insieme alla mia Puppe, inaspettatamente incontrato alla festa. Una giornata intera con Lei. 55 pulsazioni al minuto, a riposo, dicono. Mi guardo e sento che sono viva. Sempre più viva.
martedì, dicembre 07, 2004
La giornata finisce strisciando fuori dal lavoro, verso la piscina; dopo la piscina striscio lungo via Corticella e vado a casa in bici. Oggi sono strisciata fuori dal letto trasportando, sulla schiena, un qualche animale molto grosso. Potrebbe essere un orso bianco molto pigro. Sento ancora il suo peso sulla schiena e mi muovo a fatica. Però si continua. Non è che solo perchè c'è qualcosa che vuole impedire di fare quello che vuoi fare ci si deve scoraggiare: si va avanti e stasera si va a spinning con l'animale sulla groppa. Pedalerà un po' anche lui, spero (BASTARDO DI UN ORSO!)! Stasera sono di proprietà del Geco, dice lui, e così si va a vedere "L'uomo senza sonno" e poi ad una festa; domani a Verona da Lei. E' strano come le persone più vicine si riescano ad allontanare così. Prima ti sono dentro e poi sono lontano e tu stai bene lo stesso finchè non si devono poi reinserire; allora sì che è doloroso... Buona giornata a tutti e non trattate male le bestie che dormono sulla vostra schiena, vogliate loro un po' di bene come io voglio bene al mio pesante orso.
lunedì, dicembre 06, 2004
Il mio corpo era tranquillo mentre camminavo accanto a loro. Mi sentivo in pace, a posto, ma allo stesso tempo profondamente triste. Perchè vederli insieme così, lavorare insieme con tanto piacere e concentrazione, vedere quanto si amavano, vedere il bambino, morto, tra le braccia di uno di loro mi aveva fatto capire finalmente una cosa. Come si rema su un mare di legno? Non conoscevo ancora la risposta a quella domanda, ma sapevo come trovarla. Era questo che Astopel e gli altri volevano farci comprendere? Che non esiste nulla di più importante di mantenere in vita tutti i nostri io individuali. Ascoltarli e lasciarsi guidare da loro.
Non conosci te stesso quanto, piuttosto conosci TUTTI i te stesso che sei. Tutte le persone che sei stato, tutti i tuoi anni, i giorni con Magda e Pauline e quelli degli stivali da cowboy arancioni, e il periodo in cui credevi che a quarant'anni il pene rientrasse e scomparisse.
Quando pensiamo a ciò che siamo stati, vediamo una persona sciocca, o magari soltanto buffa, non necessaria, comunque. Come se sfogliassimo delle vecchie foto in cui abbiamo dei buffi capelli in testa o grosse scritte appuntate sul petto. Che idioti che eravamo, che ingenui.
Com'è sbagliato pensare una cosa simile! Perchè quanto TU adesso non sei più capace, LORO sanno ancora volare, sanno trovare la strada nel bosco, o come tirarti fuori da una biblioteca. Sono loro che riescono a trovare le lucertole ed a riempire quel che va riempito.
No, non sono parole mie. Vengono da "Il mare di legno" di Jonathan Carrol. In silenzio penso a queste parole da ieri e mi sento un po' più viva del solito.
venerdì, dicembre 03, 2004
Entro come tutti i giorni e saluto la guardia paffuta, con i suoi occhi azzurri da cicciobello invecchiato ed i suoi capelli incollati sulla testa come un nuovo modello bianco-grigio e spaghettoso di mocio vileda. Non per sminuirlo, ma è un soprammobile della mia esistenza, un segnaposto, un segnale che mi dice che sto entrando a lavorare, che lui mi vede e non vede in me nulla di strano, infatti continua a sorridere ed a salutarmi come nulla fosse. Bene: anche oggi è una giornata come le altre. Oggi però ho saputo, da una signora con due sacchetti di silicone disposti simmetricamente ai lati delle sue labbra cadenti, che la signora delle rose è in ospedale. "Eh sì, quanti anni avrà ormai?", "E' più vecchia di me",dice una amica della siliconata, che passa e si ferma, sorridendo, quasi con sollievo, sfoggiando un sorriso vanitoso sottolineato dalla sua faccia giallina, ma ben curata e truccata. "Era così gentile, poverina, mi regalava sempre le rose". "Eh lo so, anche a me". Mannaggia, penso e vado oltre, pensando alla povera nonna, piena di fumo fino all'osso e penso alle sue rose, e ad andarla a trovare. Spero di poterla vedere ancora. Non è possibile essere sempre innamorati di qualcuno, ma è possibile riinnamorarsi continuamente, in un loop schizzoide in cui le percezioni che hai della persona continuano ad aggiornarsi come variabili impazzite, in cui niente è come il giorno prima, in cui i tuoi sensi sono un giorno assopiti e non la sentono ed il giorno dopo ricettivi e pronti ad essere inondati ed inebriati. E' faticoso andare in bici o camminare o muoversi se devi portare a spasso, dentro di te, anche un'altra persona: meno faticoso invece guardarsi valanghe di film intervallati da qualsiasi cosa ti faccia stare a contatto con l'altro, cosa che ti consente di scaricare un po' il peso al centro, invece di camminare sola per la città costantemente sbilanciata al di fuori da questa protesi. Poi forse mi staccherò e mi alzerò in volo leggera e sola, ma ora è bello così, è bello vivere nell'eccesso, tentando comunque di cercare un equilibrio, senza avere mai che una percezione di equilibrio. Arrivo a casa di notte, dopo avere respirato pancia a pancia con il GattoStrabico, dopo yoga; la casa è vuota, perchè "le due" dormono già da due ore buone, alle undici, ci sono tutte le loro cose sparse in giro, c'è il caldo malsano dell'aria della stanza di un vecchio in inverno, ci sono le tapparelle abbassate e la televisione spenta, la cucina pulita e tutto tace. Mi siedo sul divano e continuo a leggere "Il mare di legno"; non me lo immaginavo proprio Palahniuk a scrivere "Diary" ed invece vedo Carroll nel suo studio, chissà, di noce massiccio, con tanti libri alle spalle, che scrive la storia mettendoci dentro dei riferimenti alla sua vita e sorridendo come sorride nella foto della copertina, con quella faccia da brava persona. Frannie aveva la sua faccia, prima, ma ora ha la faccia del GattoStrabico. Intervallano la lettura idee tipo: "Dovrei studiare il modo di andare via di casa prestissimo e tornare tardi, così non le vedo... Che pace".
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giovedì, dicembre 02, 2004
Una odissea, una vita intera piena di personaggi grotteschi, sofferenze, le loro, le mie, povertà, ma non di immaginazione, stravaganza, isolamento, sogni ad occhi aperti proiettati in una vita altrove, con persone che mi potessero capire, in un ambiente diversificato, non come la bistrattata pianura. Ora che racconto episodi del mio passato mi sembra di essere scampata ad una ecatombe, ora sono al sicuro, lontana dalla piattezza, in tutti i sensi, come del resto hanno sempre voluto i miei genitori. E racconto le mie avventure al mio Uomo, al mio Amico che non descrivo mai perchè, appunto è Mio. * Oggi sono un vero Ingegnere, con tanto di camicia azzurrina da uomo -di un uomo-, perchè ieri sera in piscina mi hanno rubato la mia preziosissima maglia del concerto Grundstueck degli EN. Maledizione. E' meglio che non ci pensi. No, la camicia non l'ho rubata a mia volta, ma chiesta in prestito a Gulliver. Le condizioni ambientali fastidiose rendono le persone grigie e incazzate, come i brutti ambienti -brutti architettonicamente-, il traffico in macchina -in bici è tutt'altra cosa-, il troppo caldo o il troppo freddo. Non è una giornata piena di ispirazione, questa, ma quando non ci si sente in forma bisogna accettarsi e progettare un futuro più luminoso:è quello che farò oggi. La dolcezza della faccia di una neonata che ride quando qualcuno si avvicina ed è contenta quando la cuoca la solleva con un braccio solo, mentre spazza la cucina, la dolcezza, infinita, della faccia di un bambino che io adoro, la dolcezza dei ricordi, la dolcezza della spontaneità che caratterizza il nostro stare insieme, che ha sempre caratterizzato la nostra danza umana sin da quando ci guardammo per la prima volta negli occhi, attraversando la corsia di una piscina, la dolce sensazione di andare a mangiare al ristorante eppure sentirsi come a casa, pur essendo un ristorante africano, abbastanza lontano dalla mia latitudine di provenienza. E ridere e scherzare e parlare e pensare a quanto le persone possano giudicare abiette e squallide cose per noi naturali, a parlare del futuro, della vita, delle emozioni e delle aspettative, degli strani esseri che ci circondano, del Maurizio Costanzo alla mattina alle 8.45, con la tavola apparecchiata. Se qualcuno indovina a chi mi riferisco in questa ultima frase avrà in premio una falafel.


