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giovedì, ottobre 20, 2005
Renato si offende perché invece di contare i suoi punti mi metto a dividere le mie carte per associare le figure dello stesso segno, preparandomi ad insegnare loro a giocare a merda. Si alza sdegnato dal tavolo, con le labbra serrate ed una espressione accigliata. Lo inseguo trotterellando per la casa, ridendo della sua arrabbiatura, facendogli il solletico, ma niente; mi stanco perché a forza di Gno! Gno! capisco che non è il caso di insistere. Fuori piove. C'è un film alla tv accesa e Walter ripete circa ogni 4 minuti Don Camillo-Don Peppone, con un tono di voce sempre uguale, una specie di rintocco. Don Camillo. Pausa di tre secondi.Don Peppone. Don Camillo. Pausa di tre minuti e tre.Don Peppone. Pausa. Mi risiedo al tavolo e continuo a dividere le carte, mentre sento sulla testa e sulle spalle il peso delle due settimane trascorse e rivolgo il mio sguardo al cavallo di denari. Ad un tratto alzo la testa e vedo i loro volti tutti persi altrove, a guardare la tv, mentre io che sono lì per loro non vengo considerata minimamente. Studio un diversivo: fingo una crisi di vittimismo, che con gli uomini funziona sempre. Con tono pacato, ma abbastanza lamentoso da risultare convincente declamo: Maaaa insommaaa, sono venutaaaa quaaaa per voi iiiiiiooo e voi guadateeee la televisioneeee. Tac. E' successo il miracolo. D'un tratto si girano tutti verso di me. Walter si alza dalla poltrona lentamente e si siede di fianco a me, allungando le braccia e porgendomi la sua bocca baffuta per darmi un bacio; Fabrizio, che prima era seduto alla mia destra e non si capiva bene se fosse vivo o morto si riaccende, mi guarda, sorride e si protende verso di me con una espressione dolcissima, da animaletto buffo. Ma Sara, lo sai che noi siamo tuoi amici. Quando hai bisogno di qualcosa o sei triste puoi sempre venire da noi! Intanto non so da che parte stare, se dalla parte di Walter o dalla parte di Fabrizio, che entrambi sono stati colti da un attacco di dolcezza e si strusciano contro le mie braccia, tirandole dalla loro parte, ma senza alzarsi dal tavolo che per queste cose è un po' troppo largo. Volgo lo sguardo a Renato, che intanto si è voltato dalla nostra parte, abbandonando l'espressione contratta del viso che lo aveva fatto rattrappire un attimo prima. E' finita la tempesta e si ricomincia a giocare. Mettiamo le carte sul tavolo e cominciamo a giocare ad asino. Pesco io. Asso di bastoni. Ho perso. Tutti ridono sguaiatamente di me.
Si intrecciano passato e presente, si rimescolano, si rincorrono. Uno scende, l'altro sale. Uno si allarga e l'altro si contrae. L'altro si congela e l'uno divampa nella mia vita come se esistesse solo lui. Le persone non cambiano mai: si danno solo una riverniciatina superficiale, ma poi quando vai a grattare quella sottile pellicina trovi sotto sotto le stesse emozioni, lo stesso impasto di carne, sangue e delirio che è stato lungamente mescolato ed essiccato al sole degli anni. Tutto torna. In un rigurgito di vita ti trovi a percorrere le strade della città che hai scelto per viverci con la stessa musica nelle orecchie. La stessa ma diversa. Sempre i Depeche Mode. Ma i Depeche Mode del 2005, sempre lancinanti, intensi, profondi, uguali a se stessi ma profondamente originali. E tu sei sempre la stessa. Ma la stessa del 2005, con una felpa fucsia e i capelli lunghi invece del gonnone nero e i capelli rasati, ma sei sempre tu, sotto la pellicina di vestiti sportivi c'è ancora uno spirito inquieto che si culla nella malinconia, c'è un cervello che lavora solo quando è spinto al limite. Mi ero dimenticata chi ero? Mi ero dimenticata forse da dove venivo non solo perché volevo una vernice più bella, ma anche perché la forza della distrazione e della curiosità mi hanno portato a solcare altri mari, a conoscere altra gente, a vedere nuovi mondi, alla continua ricerca di me. Mi ero un po' persa. Pedalando lungamente sono finita, guarda un po', esattamente al punto di partenza mi sono ritrovata al centro di me stessa.
La vita corre così in fretta che le mani non riescono ad inseguirla sulla tastiera.
Mi sveglio sabato mattina alle nove con in testa la voce lancinante del cantante dei Placebo. Continua a dirmi "See you at the bitter end". Io cerco di chiudere gli occhi, ma lui dice sempre "See you at the bitter end". E quando dice "See you at the bitter end" io non posso che pensare a ciò che ho vissuto. Il mio corpo sente ancora tutti gli abbracci, i miei occhi vedono ancora tutti i sorrisi, le mie braccia sono ancora lanciate nell'aria in un movimento di danza, i miei piedi si sentono ancora dentro alle scarpe con il tacco, su e giù per la stanza, le mie gambe credono ancora di avere addosso le calze a rete. E invece sono nel mio letto, con a fianco Cinzia che dorme beata, i suoi capelli rossi sparpagliati sul letto e i calzettoni di lana che spuntano da sotto il piumone: come faccia ad avere freddo con me di fianco e sotto un piumone del genere è un mistero. Guardo la mia stanza, guardo il soffitto, la luce che da fuori si intrufola nelle righine orizzontali della tapparella mi tira fuori dal letto. Saltando tutti i normali passaggi mattutini di lavaggi e cambi d'abito, mi trovo in men che non si dica già sul terrazzo con le mani nella terra, una pettinatura quanto mai tridimensionale ed una maglietta stropicciata addosso. Ho sentito l'inspiegabile necessità di travasare la mia nuova rosa bianca comprata in un giorno di delirio peggio di questo in cui avevo toccato il fondo delle mie risorse energetiche e mi ero svegliata alle sei e mezza di sera; la mia bici leggera mi aveva fatto galleggiare nel mare del traffico per andare a comprare un regalo, mentre mi sentivo così leggera da non sapere più chi ero. Dopo otto mesi passati ad allenarmi per riuscire nella mia impresa. Dopo esservi riuscita. Dopo che mi sono chiesta che cosa avrei fatto dopo. Il dopo è adesso. Il dopo è il riposo. Il dopo sono le feste. Il dopo è il nuoto. Il dopo è l'inverno in attesa di un'altra estate da passare a pedalare. Sulle Alpi. Il dopo sono i film guardati sul mio nuovo divano insieme a Geppetto che mi guarda compassionevole mentre mi abbandono al sonno sulla sua spalla. Il dopo è la vita che verrà ed avrà un grandioso prima in cui io avevo capito cosa significa essere me stessa. Il dopo sono i miei amici che ho trascurato per tutto questo tempo e che sono ancora qui vicino a me. Il dopo è una persona che ho amato e che più che mai sento vicina. Il dopo è forse un nuovo amore.
"Ma dove l'hai trovato? Di sicuro non in un ovino kinder!".
Mangiavo macrobiotico mentre un raggio di sole fendeva la tenda del ristorante e mi scaldava la punta del naso come una lancia di calore e luce. Leggevo, nella pausa tra la zuppa e il piatto vegetariano. Leggevo serena Bandiera bianca e mi allontanavo sempre più dalla realtà, mentre contemporaneamente c'era chi, attorno a me, capiva la situazione a colpo d'occhio. "Ma dove vuoi andare con quel collo così contratto, si vede da come tieni le spalle!". E cosa devi fare se non dargli un minimo di ascolto e magari un po' di rispetto? La vita è fatta di incontri casuali, di piccole frasi svelate come in un videogioco.
"Hai ancora voglia di conoscere gente? Anche nella pausa pranzo?". Silenzio. Punti interrogativi lanciati nell'etere.
Nacqui 29 anni orsono, il 9 ottobre 1976, sotto una stella fortunata.
Il tempo, il vento, il sole ed i sorrisi stanno ormai costellando la mia pelle bianca e vellutata di piccole rughe, ma i miei occhi grandi ed azzurri sono sempre più splendenti perché continuano a collezionare immagini che scaldano il cuore, perché il cervello proietta all'esterno la serenità dello spirito che vado acquisendo. Questa è la vita che mi sono ritrovata. Il mio cervello. Gli errori che ho fatto. La felicità di rialzarsi sempre. Il mio volto. La felicità di riuscire sempre a trovare il lato positivo. Il mio corpo. Le sofferenze. Le piccole malinconie. Lo spirito fortificato che le elabora e riesce a vincerle. Il mio sorriso. I grossi vuoti. L'energia vitale che cerca di colmarli. La felicità di fare esperienza di sé, della propria mente e del proprio corpo. Le mie mani. Le persone che mi amano e che amo. La mia vita. Non tornerei mai indietro. Ora che sto capendo cosa ho dentro di me, chi sono. Ora che sono libera di possedere questo mondo perché sto diventando Grande. Ora che ho gli strumenti per capire. Vado avanti.
Il Gigante dice che i blog non servono a niente e che la parola stessa gli fa venire il vomito. "Ma poi se ti piace scrivere, perché non scrivi per te?". E invece il blog è un importante mezzo di comunicazione al quale non intendo rinunciare. Ieri per esempio è bastata la mitica frase "ma..............dai che avete tutti 30 anni e ancora con sti discorsi da Dolly, ragazza In, sveglia che la pagnotta è dura e scrivere cazzate sul blog non la fa guadagnare. Altro che svegliarsi alle 5, a lavorare......" a farmi ridestare da tutte le paranoie pessimistiche che il grigioumido della giornata mi aveva creato. Questa frase me la direbbe anche mia nonna e forse è perché ora non me la può dire più che a volte mi sento un po' allo sbando e la concentrazione viene meno. Chissà, avrei proprio bisogno di ricordare quali sono le cose importanti, guardare lontano invece di stare ad ascoltare i piccoli segnali di malessere provenienti dalla periferia del mio corpo. Buon lavoro a tutti, anche a te, Sandy. Mi hai messo di buonumore.
I giorni passano cercando di stare bene in apnea, sotto cento chili di desideri non espressi o meglio rimandati a dopo la fine degli studi. Sì perché qui finisce il mio lungo percorso formativo, cominciato nel lontano 1982. Una parte di me sorride perché ha conosciuto la Bellezza e la Pace e se ne frega del resto. Un'altra parte di me è preoccupata. Un'altra sta per impazzire. Sotto cento chili di desideri deglutiti non è facile pensare, ma ugualmente il cervello dà incredibilmente segni di vita e mi sorprende esprimendosi sotto forma di strane fotografie ed esplodendo con la sua voglia di scrivere alle cinque di notte, ancora tutta piena di paillettes, dopo essere stata in un divertentissimo locale-zoo, aspettando forse l'arrivo di qualcuno. Mi dà sollievo che ci sia chi mi fa vedere film a domicilio come "La storia del cammello che piange". Il cammello piangeva, piangeva, poverino!, ed io cercavo di calmarmi annusando il respiro del mio amico Geppetto e seguendone il ritmo, mentre mi sentivo felice come una bambina. Ho sbagliato tutto. L'amore è un percorso che troppe volte si intraprende con sé stessi e non con le altre persone; spesso si ricomincia il discorso con l'Amore non dall'inizio, ma da dove lo si è abbandonato con un'altra persona. Non diventerò mai una brava giocatrice di scacchi: ho sempre troppa fretta di arrivare al dunque.