lunedì, novembre 28, 2005
Dobbiamo proprio abituarci a tutto? I cartelloni pubblicitari che mostrano una signora anziana appoggiata ad una macchina sportiva nei panni della bomba sexy, ora in baby doll, ora in posizione felina, ormai accompagnano quotidianamente i miei, i nostri, spostamenti cittadini. Dopo quasi un mese non mi ci sono ancora abituata, la guardo e la riguardo ma continua a pungermi nel vivo. E’ una bella e anziana signora, una zdaura (o sdòra!) come poteva essere mia nonna dieci anni fa, ma agghindata da giovane affascinante, con panni che non le sono consoni. “Ne vedrete delle belle”, dice la pubblicità.
La prima volta che ho visto quella donna mi è venuta una gran tristezza. Se ci penso, riaffiora lo sgomento del momento e mi rivedo in una fredda mattina di novembre di fronte al cartello, impietrita a guardare la foto al di sopra della mia testa; guardavo il suo sguardo serio, i dettagli panterosi del suo abbigliamento, la sua carne di vecchia e i suoi capelli lunghi il cui stile faceva ricordare la bionda chioma della fanciulla che fu. E lei se ne stava là, a mettere in mostra la sua pelle cadente di vecchia, a provocare, chissà, le grasse risate dei passanti che, guardando il cartello da lontano, si erano aspettati di vedere una giovane polposa e invece vedevano lei, così floscia e triste. La cosa più triste è che lei non ride: anzi, ha uno sguardo tremendamente serio.
Dopo minuti di sbigottimento mi sono incamminata pensierosa verso il lavoro, chiedendomi cosa penserebbe mia nonna di una cosa del genere, a cosa avrebbe risposto a chi le avesse pagato una qualunque cifra per mettere in ridicolo la sua femminilità, la sua vecchiaia, il suo corpo, il suo essere donna, il suo essere stata bella. Si provava i miei vestiti o le parrucche di carnevale dieci anni fa: inizialmente si specchiava tra l’orgoglioso ed il divertito, poi cominciava a lamentarsi di quanto fosse diventata brutta e a ridere e, ridendo sonoramente, mostrava il suo sorriso sdentato, io ridevo con lei ed a volte ci contagiavamo vicendevolmente ridendo fino a non riuscire più a respirare. E’ diverso tutto ciò. Non c’è pietà alcuna, non c’è affetto, c’è solo l’esposizione da macelleria di un corpo vecchio, con uno sguardo triste, dentro panni ridicoli e offensivi. E’ uno degli ultimi dei tabù che crolla: nemmeno i vecchi sono esentati dalla esposizione continua, dalla mercificazione dei corpi.
Non apparteniamo solo alla generazione di coloro che non accettano di invecchiare e si ostinano a mostrarsi giovani, fino a quarant’anni e oltre, fino al limite de ridicolo e dell’osceno, ora vogliamo sfottere chi non può esserlo, ridere di ciò di cui non si può ridere, del corpo che invecchia e che muore.
La giovinezza non è un valore.
giovedì, novembre 17, 2005
[Cucù!]


