venerdì, maggio 19, 2006
Il successo di oggi è una radio che suona, una radio scassata, talmente sporca e graffiata che non la tocchereste nemmeno con le pinze, ma suona perché ho avuto la possibilità di comprare le pile per sostituire quelle scariche. Non so che suono esca da quell'elettrodomestico malandato in questo momento, ma sono sicura che è in braccio a Vincenzo: un vecchietto seduto su una sedia a rotelle con una gamba ingessata, tutta la faccia butterata, le mani sporche, stropicciato e malandato. L'espressione che ha stampata sul viso è quella di una persona buona e intelligente, con due occhi vivaci e che sembrano avere visto cosa davvero è la vita. Mi sembra di vedere scorrere un film fatto di tantissimi volti e infinite vicissitudini, mentre sorrido e scherzo con lui. I passanti corrono dentro e fuori dalla porta della stazione, io nella stessa scia intercetto il suo sguardo e raccolgo una sua frase scherzosa. Gli rispondo e mi metto a chiacchierare con lui allegramente. E mi dice "Mi raccomando, non ti guastare mai, sorridi sempre così che a guastarmi ci penso io". Mi viene da piangere mentre vado in motorino al colloquio. Mi fermo, controllo il trucco che cola, mi risistemo e riparto sorridendo. Anche lui rideva mentre lo diceva, ma le sue parole erano piene di quella ironica amarezza che solo i clown e i barboni sanno avere.
Non era poi così diverso dai professori (?) con cui ho fatto il colloquio oggi pomeriggio. Non era diverso nemmeno dal simpaticissimo manager settantenne di una S.p.a. che fa tubi in acciaio e che ieri mi ha accompagnata in Jaguar alla stazione di Ferrara. Il mio approccio è lo stesso con tutti. Io amo le persone. Mi guardo attorno senza paura e senza timore, conosco persone per strada, guadagno la loro fiducia in un colloquio, arrivo ad una soluzione condivisa con chi lavoro perché ho rispetto per le idee degli altri, sono una persona razionale ed intelligente, ma non sono mai stata piena di me nonostante sia conscia delle mie capacità.
E' per questo che oggi mi sento una persona di successo.
martedì, maggio 09, 2006
Prima o poi rispunta sempre. E’ alto, capelli biondo cenere, corti, ma abbastanza lunghi da essere spettinati, occhi azzurrissimi, pelle bianchissima, tipica faccia da tedesco con lineamenti leggermente sgraziati.
Se penso al suo viso mi fa sorridere. Per l’affetto che sento. Ma anche per quella sensazione che prende possesso della mia mente quando lascio o vengo lasciata da qualcuno.
Nel percorso di guarigione, la meta è quel sentimento che provo quando finalmente arrivo magicamente a vedere la sua parte meno nobile, quel pensiero che me lo fa vedere come una scimmia, un povero cagnetto, un maiale, un animale qualunque, facendo crollare il mito del principe azzurro, caricato e stracaricato di speranze, qualità e buoni sentimenti: non è disprezzo o senso di superiorità, ma affetto per un qualcuno di imperfetto, compassione per i suoi sbagli, nonché un modo per ridere anche delle cose più tristi. Non so perché accada ciò, fatto sta che ha funzionato una volta e poi altre ancora e non ho cambiato metodo. C’è una eccezione non da poco, ma non è di questo che volevo scrivere.
Volevo scrivere di questo Crucco che io apostrofavo nella nostra lingua B.M.T. (uniche parole di italiano che ora lui ricordi), questo personaggio meraviglioso nella sua sgraziatezza, dall’energia (o forse dall’ansia di vivere, ‘Angst etwas zu verpassen’*, diceva) così simile alla mia per intensità e predeterminazione, che pedalava nelle notti serene d’estate, portandomi seduta sulla canna della sua bici, che tirava il freno a mano mentre guidavo la sua station wagon nella neve, che mi appoggiava sulla sua spalla come fossi un sacco di patate, che cenava con patatine e cioccolata (non insieme a me!), che aveva una stanza orripilante in cui si confondevano calzini, resti di cibo e appunti di lezione, che apriva i suoi bellissimi occhi per dirmi che mi amava e riaddormentarsi subito dopo, mentre mi schiacciava impietosamente contro il muro della sua camera da letto. Ora sono passati molti anni e siamo due persone diverse da allora. Forse. Lui si avvia a diventare dirigente in una multinazionale e lavora in Messico, fa yoga per cercare di abbattere lo stress, ha in progetto di smettere di lavorare fra dieci anni, o almeno così mi ha detto, nell’ultima delle sue chiamate intercontinentali di cadenza circa annuale. La sua risata è sempre la stessa. Il suo viso non so. Lo vedrò a giugno dopo sette anni, a quanto pare. Inutile dire che sono terrorizzata, ma felice. E’ come se incontrassi una parte di me. E ora spiego anche perché.
Questo personaggio mi viene sempre a trovare in sogno, ma non viene a caso, studia le sue apparizioni con precisione incredibile, ovvero la mia mente studia il momento giusto per farlo spuntare fuori come un Deus ex Machina, foriero di un messaggio semplice quanto importantissimo.
Ogni volta che sento di amare qualcuno lui arriva. Il sogno è sempre lo stesso: è ospite a casa mia, si ferma qualche giorno e mi devo un po’ organizzare per portarlo in giro a vedere un po’ di cose. A volte è solo di passaggio, come stanotte, insieme alla sua ragazza, e mi lascia indifferente, a volte si trasforma in qualcun altro, come a volere tentare un passaggio di testimone e allora sì che mi scuote per benino. Non è bello vedere qualcuno che si trasforma in lui o viceversa. Ci si sveglia con il terrore di avere vissuto una esperienza paranormale. Ma soprattutto ora che ho capito i suoi giochetti mi sveglio con una consapevolezza ben precisa.
E’ come se mi volesse ricordare chi sono davvero. Il suo personaggio, dipinto nella mia mente a tinte forti, non è lui, ma la parte più gretta ed istintiva del mio essere. Anche quando penso e scrivo ragionando, la vera me stessa vuole in realtà andare a rotolarsi nella neve, dare una festa per sentirsi viva, fregarsene di tutto e vedere la vita in modo semplice, come dovrebbe essere. Quando cerco di accogliere qualcuno nella mia vita, c’è sempre lui a dirmi che non è qualcuno da comprendere e motivare che io cerco, non è qualcuno da attendere, ma qualcuno che arrivi felice con un mazzo di rose sulla porta, qualcuno da inseguire inviperita ma sorridente per vendicarmi di uno scherzo, qualcuno che mi voglia e basta, in modo sincero ed istintivo, al di là di ogni logica di relazione, di ogni paura, di ogni rimpianto, di ogni timore.
martedì, maggio 02, 2006
Se non lo fossi andata a leggere ora non mi sarei ricordata cosa avevo scritto l’ultima volta che scrissi qui. E’ passato un secolo senza che dipingessi con queste righe il mio mondo interiore, ma non è passato molto da quando ho scritto le ultime cose. Il mio cervello continua a lavorare e così le dita sulla tastiera, mentre il corpo appare tranquillo e si muove da un impegno all’altro, impassibile come un automa che non ha ancora percepito di avere realmente trovato la libertà che cercava.
Sulla prima pagina di copertina del penultimo libro che ho letto, Paolo Nori cita un aforisma di non so chi che dice che se c’è una cosa certa è che l’uomo non ama la libertà. E io, liberata dalla fatica del pensiero di valicare mille e mille volte le montagne (e dalla preoccupazione ivi connessa) e quasi libera dalla fatica del dottorato, mi sento ora leggera, stanca, un po’ persa, libera.
Adesso sono come un personaggio di un videogame che ha trovato in un posto improbabile una verità nascosta che mi ha donato la tranquillità. Ed ora la porto a spasso dentro di me. Non so dove l’ho trovata. Forse l’ho trovata scritta su una carta da briscola nella casa dei matti, o sotto un sasso in cima ad una montagna, o avvolta nella copertina di un anziano chiuso tra le mura di un ospizio, o intrecciata nella paglia di un tatami, o più verosimilmente è un qualcosa che non viene dall’esterno: è sempre stata dentro di me? La dovevo solo cercare tra le pieghe del mio essere? La cosa importante è che questa consapevolezza è ora in me. Gli altri sono altro da me. Le preoccupazioni sono ridimensionate al loro giusto livello. La vita scorre, lentamente e con un equilibrio che assomiglia al ritmo regolare di un pendolo.
Ieri sono tornata sulla bici. Dico “tornata sulla bici” perché l’aspetto fondamentale del pedalare è essere in quella posizione, sulla bici, vedere il mondo che scorre di fianco con quella prospettiva, ascoltare le parole dei miei compagni di viaggio e le mie che saltellano galleggiando nel vento, o lasciare che i miei pensieri si susseguano al ritmo della pedalata.
Non è come prima. E’ tutto diverso. La bici non è più un mezzo per arrivare da qualche parte dentro di me o per scappare da qualcuno. E’ un bellissimo oggetto di alluminio con attaccata una piuma di pavone donatami in una fattoria del Sannio; è uno strumento che serve a suonare le note della mia mente. Come chi pensa accendendosi una sigaretta, io penso pedalando. Ed è pedalando che do l’impulso che fa scorrere la mia vita come un nastro davanti ai miei occhi. E’ tutta lì. La abbraccio e la comprendo, un poco la racconto, con tutti i miei sbagli, le mie smanie, i miei difetti, la persona che ho amato e le persone che avrei voluto amare, gli avvenimenti che hanno significato qualcosa per me. Mi sento libera adesso. La libertà che ora mi sono guadagnata è quella di non sentire la necessità di inventarmi una nuova prigione per sentirmi sicura e felice.
L’unica cosa che ora mi manca è una meta o una direzione. Pedalo e vivo lentamente ed intensamente, ascoltando i rumori che mi circondano, osservando ciò che mi sta attorno, in attesa che scintilli qualcosa all’orizzonte.




