martedì, giugno 27, 2006
Le mie riflessioni si sono trasferite anche qui
lunedì, giugno 19, 2006
Arrivano idee e pensieri dolci che lasciano nel cuore la gradevolezza della sorpresa e della stuzzicante incertezza del futuro, appesa alle sensazioni di abbracci, pensieri e parole del passato, in una Bologna che sembra una grande città di campagna, silenziosa e calda, pronta ad accogliere le nostre peregrinazioni mentali e ciclistiche. Lascia sulla bocca un sorriso curioso, divertito e sollevato per l’aver risposto, per avere espulso il vortice di pensieri e sensazioni che rimandano nell’etere un messaggio piccolo piccolo, ma talmente carico di energia da poter dare la scossa a chi parla la mia stessa lingua.
Mi stupisco di non essere io a parlare con me stessa come sempre, di parlare un linguaggio che non viene compreso e di ricevere risposte da interpretare, ma di avere un dialogo con qualcuno che è in grado di rispondermi nella mia stessa lingua.
E’ una sensazione strana quella di avere a che fare con qualcuno che a volte parla di se come io parlerei di me, o che scrive cose che avrei potuto scrivere io, parola per parola. Mi sembra quasi che qualcuno mi stia prendendo in giro, e si sa che il regista della mia vita è un gran burlone. Non voglio certo dare la soddisfazione che crede, al regista della mia vita.
Se si rivelerà uno scherzo dirò che l’avevo capito subito.
Se si rivelerà una cosa vera ed intensa dirò che l’avevo capito subito.
E avanti.
E mentre tutto ciò accompagna il ripasso della presentazione arriva una chiamata da un passato talmente lontano che oggi sembra essere l’aldilà, riproponendo il vecchio e mai modificato schema “Io pago, io decido”. Ma chi te lo ha chiesto?
Il passato per me è sempre stato un qualcosa con cui fare i conti e quasi mai ho cancellato persone, fatti, ricordi. In questi giorni mi chiedo se sia giusto non chiudersi mai dietro le porte, lasciare che il passato chiuda la porta quando l’orologio delle cose decide che è ora di finire, e non che sia io a tagliare il cordone che lega il mio passato al mio futuro.
Ma si sa, non sono una specialista della fermezza, semmai dell’equilibrismo nello squilibrio; sono una persona che, nel dubbio, preferisce ascoltare la propria mente elaborare un pensiero nuovo tutti i giorni, ogni giorno diverso, e rischiare di impazzire fino al vero momento di stabilità e chiarezza, piuttosto che prendere una decisione con il paraocchi che sempre ti fa scegliere la strada più semplice e la meno dolorosa. Voglio sentire tutto e considerare tutto. Anche soffrire se è necessario, ma capire, parlare, non spegnere la comunicazione. Voglio dire a me stessa che non ho sbagliato (solo per tagliarla corta e chiudere), ma che ho visto le cose sotto un’altra luce, cercado di capire i miei errori invece di rifuggirli.
E così il passato cerca di rincorrermi al galoppo, per telefono, ma ormai, ormai che ci convivo da una vita, non è più nulla di nuovo per me, non mi fa nessun effetto ora che lo vedo alla luce di ciò che vedo di me stessa di adesso e di me stessa di allora. Il fatto che galoppi con le sue gambe e non con la forza dell’impulso della mia ansia non ha importanza. Ormai questo esercizio è stato ripetuto mille e mille volte e sono diventata grande e forte a forza di ripeterlo.
Questo esercizio mi consente di fare pace con il passato, ma non di non commuovermi, quando ciò che della mia vita è stato bello ed intenso riappare per magia, evocato dalla voce di Dave Gahan. Mi guarda e ride Davide, mentre mi vede piangere e ridere al concerto, quando parte Photographic. E io rido con lui, che non capisce cosa sia per me quella canzone, non sa che racchiude tutta una parte di me che ho coperto sotto gli strati del presente, della consapevolezza delle altre parti di me che sono tutt’altro che dark, che ho smorzato come si smorza una emozione che ti fa fare cose inconsulte. Lui non la vede perché fa parte degli strati più nuovi della mia vita.
Quando ricordo quell’emozione sepolta non è facile per me non piangere di gioia, sentire la forza delle idee, della inconsapevolezza della giovinezza, delle sensazioni evocate dalla musica. Mi guardo attorno e vedo le persone del 2006, mentre quella canzone mi riporta almeno tredici anni indietro e sono felice, perché sono ancora qui a pensare, a crescere, a vivere ed a dare un senso alla mia vita, a conoscerla, a fare sbocciare ciò che allora poteva essere solo un vago sentore di ciò che poteva essere e che ora è esploso con la forza della consapevolezza e degli anni.
domenica, giugno 11, 2006
Quest’anno ho sentito che cosa significa per la mia Puppe tornare in questa casa. I suoi muri di sasso non parlano, stanno lì da anni ad assistere il succedersi di storie umane, a vedere i bambini crescere; non è facile interpretare il loro silenzio, non si sentono le storie che hanno visto perché non le possono raccontare.
Ora so perché avviene questa festa. Lo so perché ho sentito scorrere nelle mie orecchie e nel mio cervello i racconti del passato. Non da lui, che come tutti i clown non parla mai di cose serie, vere e malinconiche, ma dal suo compagno di giochi dell’infanzia, ora trentenne e diverso da lui, ma un tempo compagno di prigione di tanti mesi d’estate immobili. E’ stato bello sentire raccontare parte dell’infanzia di una delle persone a me più legate da un compagno di mille avventure. Non ho potuto fare a meno di provare affetto anche per lui, di riflesso, mentre raccontava, mentre mi parlava anche di sé, della sua vita e delle sue esperienze. Chissà se è anche lui un soldatino dell’esercito dei clown, di quelle persone ironiche e sensibili che della vita ridono mentre scende un gocciolone da un occhio, e vanno avanti, senza troppo fermarsi a soffrire.
Sentivo vicino a me quei due bambini portati dai genitori in una casa di montagna nei tre mesi d’estate tutti gli anni della loro infanzia e si ritrovavano, diversi ma uguali, anno dopo anno, di fronte alla nonna carceriera, a dovere fare passare i giorni, uno dopo l’altro; per un bambino tre mesi sono un’eternità, ma i bambini non sentono di perdere tempo, perché loro la vita è tutta lì, non è un viaggio che porta da qualche parte. Sentivo tutto. Sentivo ciò che sentiva una bambina, che poi sono sempre io, che negli stessi anni andava in bici con addosso il costume da piscina, così, per fare qualcosa di diverso, mentre le cicale erano il solo rumore ad accompagnare la piattezza ed il silenzio dei pomeriggi caldi ed umidi dell’estate della pianura.
Erano con me quei tre bambini, mentre osservavo ciò che era successo nella mia vita e nelle mie giornate da una prospettiva immobile ed orizzontale, il punto di vista di chi sta fermo ed osserva perché il movimento gli è impedito, dal letto in cui la febbre mi aveva bloccato dopo la festa. Non so se mi pesava di più la febbre o il peso della gioia di quella festa, di quel vuoto che la sua mancanza aveva creato in me. Era strano passare dal confuso e psichedelico succedersi di eventi, persone e programmi alla infinitamente piatta stasi di questa giornata in cui tutto si era fermato, tranne il cellulare che mi portava le notizie di chi mi pensava e la radio, che mi faceva sentire ancora in contatto con il mondo.
Ora sono guarita e la mia vita ricomincia a fiorire di programmi, divertimenti ed appuntamenti. Ma tutto è un po' diverso dopo una festa bellissima e tre giorni a bagno nelle immagini della mia vita. Più intenso. Più lento. Più vero.
La Mancanza. E’ qualcosa che è in me e sempre ci sarà. Esiste in me un vuoto, una cavità, una voragine che non posso semplicemente colmare e chiudere, lo posso solo riempire ogni giorno, con parsimonia, perché non si allarghi con il tempo. Richiama in sé solo energia positiva, pensieri compiuti, idee, immagini, contatto, la profonda comprensione delle cose attorno a me, scoperte quotidiane: ha bisogno di manutenzione, per evitare la catastrofe. E’ connaturato al mio modo di essere, è il motore della mia iperattività, è la sorgente dell’ansia di vivere che alimenta l’ottimismo e la progettualità carica di positività, che mi dà la forza per spingere sui pedali per arrivare in cima, cima dopo cima.





