giovedì, luglio 27, 2006
Ogni volta che parto mi sembra di rischiare la morte. Pensando al mio allontanamento rifletto su ciò che lascio e mi sento felice di poter lasciare qualcosa alle spalle. Questa volta parto alla grande: ho già commissionato un eventuale party post-funerale con tanto di suonatori serbi e fiumi di birra. Chissà se si incontreranno là tutte le persone che ho amato e diranno ah come era buona la Sara, ah che bella persona che era la Sara, ah che energia che aveva la Sara. E io là sotto, vittima di un qualche incidente imprevedibile ad osservare il frutto dell'amore che ho profuso nel mondo.
La vita ha esaurito le parole che avevo pronte per il blog. Come si fa a mantenere il livello energetico e di frustrazione inespressa sufficiente a stendere su un foglio elettronico bianco tutte le proprie idee? Come può avvenire questo quando le si è cavalcate tutto il giorno, quando, dal risveglio in avanti le hai avute tutte al galoppo nella testa, ti hanno sostenuto tutto il giorno, ti hanno martellato dentro scalpitando ad ogni angolo del tuo essere fino a farti sentire carica come un razzo pronto al decollo?
Ogni volta lo stesso pensiero prima della partenza: voglio vivere sempre così. Svegliarmi da un sonno profondo chiedendomi quale incantesimo mi avesse fatto addormentare, vivere la mia gioia di vivere, pedalare, andare avanti.
Buone vacanze a tutti.
Buone vacanze ai matti che sono felici di andare in montagna e poi al mare.
Buone vacanze nonna, anche se non fanno vacanze le persone che non hanno una vita vera, che sono chiuse in un ospizio al riparo da ogni forma di vita normale.*
E buone vacanze a me che - non ci credo ancora - sto per percorrere i secondi millecinquecento chilometri della mia vita: una distanza che è lunga un bel pezzetto anche se la segni su una cartina che comprenda tutto il mondo.
* Ah, una precisazione: nonna, non mi fare brutti scherzi! Anche se sei vecchia e stanca e non ce la fai più, ti prego: mangia, vivi, continua a respirare, non spegnerti prima che io abbia compiuto anche questa impresa. Tu che mi hai insegnato a vivere e a pedalare non puoi farmi questo tiro balordo. Te l'ho detto anche stasera quando ti ho messo a letto nelle tue lenzuola bianche e pulite. Mi guardavi con quello sguardo di chi già dorme con gli occhi aperti, di chi è stanco della vita e se ne vuole andare a riposare. Sembravi non capire. Chissà.
venerdì, luglio 21, 2006
Già all’una di notte Bologna è perfetta, a fine luglio. Il calore ha abbandonato la città a quell’ora, e così hanno fatto le persone: si vede che già in molti sono in vacanza e che gli studenti fuorisede sono tornati a casa. Attraversandola appoggiata sulla mia bici da città mi sembrava di non pedalare, ma di lasciare che Lei (o essa), che un tempo era una bici da corsa e portava, forse dieci o venti anni fa, il suo padrone – che a giudicare dal telaio doveva essere alto circa un metro e ottantacinque – a spasso per le colline toscane ora porti me a contatto con le vite degli uomini, attraverso le vene della città, di notte come di giorno.
Esco dalla casa di un collega, felice, dopo avere addormentato sua figlia Beatrice accarezzandole la testa, dopo una bella cena tutti insieme, una specie di strana famiglia che lavora insieme da anni. Esco felice con ancora la sensazione del contatto della testa di quell’esserino sotto la mia mano, con la vita dei suoi occhi che scorre nei miei occhi, slego la bici, saluto i colleghi sorridendo e imbocco via Santo Stefano in leggera discesa. I miei sandali altissimi si appoggiano sui pedali della bici da corsa, il velo della gonna ondeggia sul suo telaio sportivo, i capelli sono liberi dal casco ed il vento li attorciglia, facendomeli percepire nella loro lunghezza; invece di pedalare con energia come sempre, mi appoggio, dando un colpo ai pedali ogni tanto. Incontro un ragazzo che cammina in via Santo Stefano fuori dai portici.
Mi guarda, lo guardo. Mi sento riempita di nuovo dalla vita.
Occhi che cercano occhi, sono così le città. Le persone escono per strada e si mescolano, incontrano altre persone e in maniera anonima si protendono verso di loro. E’ così che una ragazza che vedi di notte passare sulla sua bicicletta dal fascino antico ti sembra una stella cometa da catturare con gli occhi per riempirti della sua essenza, per poi continuare la tua passeggiata notturna, la tua vita, il tuo viaggio personale.
E io mi lascio catturare, per poi continuare leggera il mio percorso nelle strade deserte, accarezzata e ricaricata da quel bello sguardo, emozionata.
Penso alla mia vita: a quel groviglio meraviglioso di incertezze e disequilibri, pieno di persone, di scambi di energia, affetto, idee, piena di progetti, così piena e così mutevole da costringermi ad un costante equilibrismo. Lontana sempre e comunque dall’accettazione, dalla pigrizia, dalla televisione, vivo la mia vita così, godendo delle emozioni di tutti i giorni, cercando costantemente qualcosa che mi faccia pensare, ridere, scambiare energia. La passione per la bici è figlia di questo: di un incessante bisogno di stimoli.
Ieri ho visto una foto del viaggio in bici verso Istanbul di Rumiz, Altan e Rigatti. Erano in tre, in bici, su una strada deserta. Scoppia in me un lampo. E’ come se la testa mi si riempisse nuovamente di sole, montagne e desolazione. E’ bellissimo quel momento perché mi ricorda chi sono.
Anche quando avevo visto Marc Almond dopo averlo ascoltato per anni mi ero ricordata chi sono, mentre riempiva l’aria una musica malinconica ed allegra allo stesso tempo, mentre la colonna sonora del mio essere inconsapevolmente giovane fungeva da colonna sonora per altre persone di quell’età. Dopo una nottata dark mi sono poi ritrovata a pedalare, il giorno dopo, verso Montovolo. Non è facile essere me; i dark almeno dormono fino al pomeriggio.
Ed io invece ad inseguire per novantacinque chilometri, in mezzo ai boschi, la mia voglia di riempirmi le narici, gli occhi, la pelle del mondo, a chiedermi se esiste, su questa terra, qualcuno disposto ad avvicinarsi ad una persona come me, a non avere paura della mia energia mostruosa, a non trovare strano ciò che sono diventata.
Ho voluto assorbire le influenze di tutto ciò che mi ha circondato nella mia vita, mi sono nutrita sempre e comunque come se fossi completamente vuota, affamata, come se quella persona, quel momento, quell’emozione fosse l’unica della mia vita. Mi avvicino alle persone con umiltà e dolcezza, cercando di imparare ad essere loro, espandendo la parte di me che più assomiglia loro fino allo stremo, cullata dal contatto. Non per debolezza, ma per necessità.
Poi torno me stessa, ho dentro di me un’altra persona, un’altra vita, un’emozione in più. E faccio così con tutti coloro che mi piacciono. Li osservo, li capisco, mi avvicino, assorbo e mi nutro del loro calore, vivo la loro vita per un attimo o per una vita intera ad intervalli di attimi, poi vado avanti. Mia nonna, i miei genitori, mia sorella, le mie amiche, i miei amici, i miei amori, i matti, alcuni dei miei colleghi, persone che incontro per strada.
E sono diventata così. Sempre mi ha accompagnata la sensazione di non potermi mostrare per tutto ciò che sono. Di dovermi adattare agli altri per forza, di dovermi appiattire per poter comunicare.
‘Sei forte’. ’Vali’. ‘Hai molta energia (troppa)’. Un complimento-accusa di chi sente l’inferiorità morale.
E io a dire: ma no che non sono forte, non vedi come mi adatto a te? Non vedi come sono dolce e malleabile?
A mentire sapendo di mentire, ma credendo a fondo nel mio personaggio; come quando, da bambina, recitando la parte della bimba cui muore la mamma mi sono messa a piangere davvero sulla mia amica sdraiata sulla ghiaia.
Ad inventarmi una parte debole e ad ingigantire la mia dolcezza, negli anni, per mitigare tutto il resto, ad essere superiore a tutto, grande e buona, pur di nutrirmi di vita, sperando di continuare a vivere al calduccio, non pensando che all’assorbimento del nutrimento, come una neonata attaccata al seno di una enorme mamma, in quell’attimo infinito, nel momento in cui ti riesci a nutrire e non ti interessa quanto durerà o che senso ha, a creare in me, a volte ma non sempre, un mondo di emozioni che completi la persona che ho accanto, a farmi suonare come uno strumento dalle mie emozioni.
Pedalo, pedalo e penso anche a questo, nella notte più perfetta di fine luglio. Il mio corpo è tranquillo, la mia mente è attiva come sempre, i miei sensi cercano di raccogliere tutto ciò che li colpisce.
Arrivo a casa stanca e contenta. Prima di dormire scatto una foto ai miei piedi, pensando a quanto sono belli i miei nuovi zoccoli.
Mi addormento ridendo, pazza di gioia, stremata.
Mi sveglio alle sette e sento il bisogno di raccontare tutto. Finalmente.
Ora.
mercoledì, luglio 12, 2006
Il cervello lavora troppo.
Registra emozioni, pensieri, parole ed è tranquillo nella sua costante iperattività.
Basta non fermarsi.
Scrivo per annunciare la mia partenza per Istanbul in bici il 28 luglio,
insieme ad un gruppo di persone che (ancora per poco) non conosco.
Nella foto sono con un mio carissimo amico, ma non viene con me. Sarò invece insieme alla mia cara amica Veronica, conosciuta l'anno scorso in bici.
Buone vacanze a tutti coloro che mi leggono.
giovedì, luglio 06, 2006
martedì, luglio 04, 2006
La mia vita non scorre fluida e liscia;
scorre, sì, ma scoppietta e ribolle come la lava,
scorre solo perché è scaldata fino alla fusione.
Un giorno esploderà tutto, lo so.
E quel giorno potrò forse avere una vita normale,
fredda, fluida e anche un po’ noiosa:
sarà il giorno in cui morirò,
o in cui un destino beffardo, chissà,
bloccherà il mio corpo o il mio cervello,
non prima.
E fino ad allora segnerò con una crocetta
su un muro immaginario
l’occorrenza in cui qualcuno mi disse che ero troppo energica,
troppo intelligente,
troppo qualche cosa per non mettere in imbarazzo,
e ridendo andrò avanti a testa alta.
“Ma queste persone dove ce l’hanno l’autostima?”,
dice un animale strano, mentre gli parlo, assorta, di questo mio triste destino.
Mi dispiace non scrivere su queste pagine, ma lascio spazio alla vita, che scorre con le sue stranezze,
i suoi colpi di scena
Forse non mi verrà più a trovare in sogno. Ci potrei giurare, anzi.
a parlare del passato,
ad urlare, a ridere, a piangere, a sfotterci,
ad insultarci, ad abbracciarci fraternamente
come due reduci da un’epoca che non c’è più,
che lasciava solo presagire ciò che la vita avrebbe fatto di noi.
Come se non fosse passato nemmeno un giorno.
Come se quei sei anni fossero stati una parentesi.
Il gesso staccatosi dalla lavagna mentre compiva una circonferenza perfetta ma interrotta e più continuata per sei anni, riprende a scrivere, con la stessa curvatura, portando a termine la meravigliosa forma geometrica.
Tutto si chiude.
Si chiude con la mitica frase, che detta in tedesco non ha nulla di diverso dalla versione italiana:
‘Sei sempre stata più forte di me’.
Ende.
che un tempo mi ha schiacciato. Con la mancanza.
Mah.
Nulla è come prima, solo il bene che ci vogliamo è uguale, perché è legato a ciò che eravamo.
Rimarremo congelati l’uno dentro l’altra e andremo avanti così.
C’est la vie. E’ bella la vita.
Ma ridi e piangi e vai avanti piena di energia.
Come quando vedi la pancia di tua sorella
che cresce ogni giorno di più.
E la bambina esile che un tempo torturavi in mille modi
diventerà la mamma di una bambina
di cui sarai una zia orgogliosa.
da una vita sui piatti binari della pianura,
di mostrarle sempre che esiste una via alternativa,
che la vita è fatta delle regole che ti insegnano i genitori,
ma anche di piccole eccezioni;
che si possono pianificare cose impossibili,
se solo si riesce a credere che niente lo è davvero.
Dice che abbia le labbra carnose come le mie.
Mi fa sorridere che lo veda già nella pancia.
Che presagisca la nascita di un altro mostro energetico con le mie sembianze.
Ci spero. Stessa lingua. Stessa razza.
si attorcigliano fino a perdere la loro forza nell’abbraccio,
a dissolversi nell’aria della notte.
L’ho accolto perché ho visto subito che era un animale della mia razza: stessi occhi azzurri da pazzo,
stesso sorriso enorme,
stesso naso perfetto.
Se ne è accorto anche lui che lotta come me con la negatività e a passività degli altri,
con l’altalena delle sue energie,
con i sogni ed i progetti,
le stranezze che la vita di chi cavalca l’onda delle proprie energie porta a superare ed a vivere,
la creatività – o la follia - che un giorno ti fa sognare ed il giorno dopo ti abbandona solo e triste a te stesso.
E ci siamo capiti subito:
non c’è bisogno di troppe parole per spiegare,
nessun comportamento è troppo sbagliato,
non ci sono fraintendimenti,
quando sei con una persona che,
almeno per le cose importanti,
è come te.
Non lo sa nessuno.
Il destino ci porterà forse nella stessa direzione
o forse farà divergere le nostre orbite fino a farle incontrare solo all’infinito,
come due stupide rette parallele,
che vanno nello stesso posto per non incontrarsi mai.
Chissà.
un bicchiere di vino un sorso per volta,
meditando,
guardando le incertezze della propria vita senza ansia e senza la bestiale istintività di un tempo,
ma sentendo dentro solo l’energia che essa ha lasciato.
I desideri si placano e si addolciscono.
L’illusione della serenità tra un ribollimento e l’altro.




