Ciò che è è, ciò che non è è possibile

domenica, settembre 24, 2006

Cara Bambina,

perdonami se non ti chiamo con il tuo nome, ma ancora non lo conosco: la tua mamma ed il tuo papà fino all’ultimo giorno hanno voluto tenere il segreto ed ancora il giorno della verità non è arrivato, perché il Giorno è domani, il giorno in cui i medici hanno deciso che tu nasca, perché sembra che tu non riesca a nutrirti a sufficienza; e così, via!, è ora di uscire. Tante delle cose che succedono adesso e che succederanno attorno a te per anni non le saprai, non le capirai e non le ricorderai finché forse sarà troppo tardi. Non saprai mai quanto era bella la tua mamma quando sei nata. Il giorno prima della tua nascita, oggi, nel giorno del suo ventisettesimo compleanno.

Lei e tuo padre sono venuti a casa dalla tua nonna tutti preoccupati. Lei era nervosa e non riusciva a stare a tavola: voleva andare a casa a fare le pulizie, in un impeto maniacale che celava la sua preoccupazione, la voglia di sfogare in qualche attività manuale la paura. Lui, attento ad ogni suo respiro, pronto ad acconsentire ad ogni suo desiderio per non dispiacerle, quando lei le ha ingiunto di pulire la macchina con prodotti specifici per il cruscotto, perché solo con l’aspirapolvere non va bene, ha acconsentito pazientemente, per non darle dispiacere, dicendo che, certo, come gli era potuto venire in mente di usare solo l’aspirapolvere!

Non ti renderai conto forse di quanto sono belli i tuo i genitori. La tua mamma è alta, bionda, ha il fisico di una vichinga e lo sguardo pungente ed intelligente di un felino, capelli lunghi e biondi; il tuo papà è alto e magro, ha i capelli lunghi, la pelle color miele ed i lineamenti delicati. Lei è la persona più nervosa e volitiva che io conosca, ribolle in lei una creatività folle, lui è la persona più mansueta che abbia mai visto, lo immagino dolce ed attento ai particolari di ciò che fa, sensibile e con la semplicità di chi sa cosa è importante nella vita, ma non lo conosco. Si amano. Ti aspettano.

Anche io ti aspetto e sono qui che mi chiedo cosa verrà fuori da questo mix genetico. Oggi ti pensavo mentre tornavo a casa pedalando da Decima verso Bologna come mio solito – chissà se quando avrai dieci anni o venti ancora lo farò – il vento mi riempiva le orecchie con il suo frusciare, in cielo un getto aveva creato sulla mia testa un tappeto di pecorelle bianche sullo sfondo azzurro intenso ed il sole stava tramontando. Pensavo a come sarà la tua vita ed a come è stata la mia. Pensavo che in fondo la crisi dei trent’anni ce l’ha solo chi non è pronto a lasciare la propria vita ed i propri sogni per la vita ed i sogni di qualcun altro. Perché è questo forse diventare adulti: lasciar perdere il desiderio di fuggire e disperdere a pioggia le proprie energie e provare gusto nel pianificare, nel concentrarsi sulla propria famiglia futura, farsi da parte per creare lo spazio per qualcun altro.

Qualcun altro come te, per esempio, magari con altri geni. Per esempio i miei e quelli di un tuo ipotetico zio. Trent’anni come i miei, per esempio.

E adesso sono qui che penso a ciò che ho visto e vissuto oggi. E ti scrivo. Pensando anche a come farti pervenire questa lettera in tempo utile, cioè quando ciò che scrivo lo potrai davvero capire. Ma forse è giusto che tu non riesca a leggere ciò che scrivo: è così che va la vita. Non lo leggerai, ma te lo farò capire giorno per giorno, da domani in avanti, giorno in cui comincia la mia carriera di zia.

Si cresce non rendendosi conto di quanto amore sia presente attorno a sé. Si cresce pensando che coloro che sono attorno a te lo siano sempre. Che siano sempre in grado di capirti e di sorreggerti con il loro amore come hanno sempre fatto. E poi un giorno scopri che invece la vita non è il nido accogliente di sempre, diventi grande e ti accorgi che le persone scompaiono, o semplicemente si assentano.

La tua nonna, oggi pensavo proprio alla tua nonna. La tua nonna non è come la mia. Io ho avuto una nonna emiliana a te ne capita una bresciana, sono sfighe che capitano… Non la riesco nemmeno ad immaginare con il pancione ad attaccare trent’anni fa il fiocco rosa che oggi ho visto al cancello di ferro nero della nostra casa, o meglio: solo ora che lo vedo lì, ingiallito anche dopo un lavaggio accurato riesco a capire che vengo dalla pancia di qualcuno. E’ naturale non ricordarselo: veniamo generati come esseri capaci di muoversi indipendentemente dritti dritti verso i nostri obiettivi, sempre persi alla ricerca del senso del nostro percorso.

E chissà, anche tu sarai pronta a spiccare il volo e noi staremo a guardarti. Magari un giorno ti renderai conto dell’amore che ti sta attorno, magari avrai la fortuna di non avere rimorsi e rimpianti verso chi ti ha amato incondizionatamente. Io non ce li ho e già è difficile così; è importante non averne. E’ importante che tu non dimentichi nemmeno un attimo della tua vita che sei nata e cresciuta in una famiglia che ti ha voluto dare tutto. Quando magari un giorno andrai a trovare tua nonna e lei ti darà del lei e non si ricorderà il tuo nome, beh, sarà troppo tardi. Devi arrivare a quel giorno preparata. Devi aver potuto vivere con lei tutta la vita che potevi vivere. Devi aver potuto vivere con tutti la vita che potevi vivere.

Della nonna che fu, della tua bisnonna, rimane a casa nostra un particolare che non sfugge solo agli occhi più attenti. Il resto se ne è andato. Rimangono attimi nella nostra mente. Una persona. Una presenza invisibile. E’ solo l’amore che resta.

Avrai l’onore di dormire in un lettino speciale: ha quattro rotelline, ma una è consumata. Si deve essere bloccata, e mia nonna, trascinando avanti e indietro il letto in un impeto cullatorio per mesi e anni, l’ha consumata. La tua nonna la guardava sorridendo, io volevo mettermi a piangere, ma non sono il tipo di persona che si lascia andare a scene del genere, in fondo in famiglia siamo tutti così: si rifiuta la tristezza e la malinconia come se fosse un lusso che non ci si può permettere, e si va avanti, a testa alta, con il sorriso di chi sa che la felicità è fatta anche di operosità. In questa famiglia ed in un’altra famiglia che non conosco, tu vieni alla luce.

Vieni alla luce in una famiglia dove ogni donna ha fatto ogni cosa per la sua figlia e così di generazione in generazione. E tua zia oggi è arrivata alla conclusione che per saper vivere bisogna saper infilare il pigiama ad una anziana a peso morto senza fare male né a te né a lei. Non sono ancora capace in maniera perfetta, ma lei mi ha detto ‘grazie signora, lei è molto brava’. Le ho sorriso. Lei mi ha sorriso felice. Cercherò di migliorare, del resto anche a lei non aveva insegnato nessuno a fare la mamma e la nonna eppure è riuscita bene nel suo intento, rotelle consumate a parte.

postato da FatinaTedesca 20:52 | commenti (4)

venerdì, settembre 08, 2006


L'amico di sempre disegna sulla carta il circuito chiuso in cui sono stata catturata. Sono io. Sono io quel passaggio tra rettangoli, quel collegamento a frecce che passa sempre sulle stesse posizioni. Mancanza di stimoli chiama demotivazione, demotivazione chiama tensione, tensione chiama mancanza di sonno, mancanza di sonno chiama ansia, ansia chiama il resto. Il cerchio si chiude, inviluppa me e la mia vita, finché qualcosa non lo rompe come per magia.
Il sonno. Il sorriso di un passante. La bici. Le foto. L'amore. Il sesso. Mia mamma. Mia nonna. La vicinanza.    Lo shiatsu. Il ritratto di un profilo che adoro. Venti righe scritte scaricando sulla tastiera l'elettrostaticità che il ruotare di continuo genera in me. Ognuna di queste cose ha la potenza di rompere l'anello.

E si trancia la spirale, si rompe l'incantesimo.
Si riparte.

postato da FatinaTedesca 13:39 | commenti (3)