Ciò che è è, ciò che non è è possibile

sabato, dicembre 30, 2006

Lana

 
I CSI dicevano che per essere padroni di se stessi occorre essere attenti. Questa frase, ascoltata dieci - o forse mille anni fa - alla deriva su una zattera immersa nella nebbia della pianura, continua a risuonare nella mia mente, è incastonata nella mia vita.
Se non ci ricordiamo chi siamo ogni giorno in cui apriamo gli occhi e vediamo questo mondo, verremo spazzati via da ciò che ci circonda e distrae la nostra attenzione, fermandoci di osteria in osteria smarriremo la via di casa.
E' difficile ricordare la bici e le ansie di due anni fa nella mia situazione attuale: è troppo appagante stare bene ed essere felice insieme a qualcuno che hai scelto, desiderato, perso e poi ritrovato, godere della quiete, delle parole, dei sorrisi, saziarsi del nettare della vita fino a starne male, ma non è questo che, alla lunga, mi porterà lontano. Non è la droga dell'amore e del guscio per due persone che rende migliori gli esseri umani, non è rinunciando a sé stessi per stare con qualcuno che si diventa forti e grandi. Anche. Ma non solo.
Sento di avere messo il treno della mia vita su un binario che devierà dal percorso che stavo intraprendendo. Sarà un bel viaggio, lo vedo lungo una vita.
Ma devo ricordarmi chi sono. Sempre.

postato da FatinaTedesca 11:27 | commenti (7)

venerdì, dicembre 22, 2006

Myself in stripes

Pare strano, eppure è così: la scoperta più importante nella mia vita risiede nel fatto che tutte le persone hanno una qualche forma di malattia mentale. Io stessa.

Auguri a tutti. Soprattutto a chi non sta bene.

 

postato da FatinaTedesca 22:16 | commenti (9)

domenica, dicembre 10, 2006


                                                                           

Un tempo scrivevo quando si forma una pellicola di pensieri sul liquido bollente della mia vita, lo sport, il lavoro e l’amore la distruggono andando a rimescolare il calderone”. Dannazione, è proprio vero.

 

La mia scrittura, per quanto permeata di positività ed energia fino ad esplodere, è figlia della frustrazione, dell’insonnia, della sbornia da caffè, dell’ansia, non conosco altro modo di scrivere. E di vivere. Ho sempre cercato un equilibrio che non c’era. Adesso che c’è non riesco più a scrivere. 

 

Forse è altrove che devo cercare la forza, è altrove che devo attingere, da un diverso modo di essere, di vivere. Prima però devo capire chi sono diventata e dove mi hanno portato questi anni a Bologna, tutti questi chilometri in bici, a piedi, in pattini, tutte queste persone in cui mi sono specchiata, tutti i fiumi di parole che ho versato in queste pagine.

In realtà so dove mi hanno portato: mi hanno portato esattamente al punto di partenza. Ed è questo che mi confonde.

E’ curioso che una vita sia come un film con la stessa scenografia, gli stessi personaggi a muoversi ed a svolgere le funzioni principali.

Pensavo sarei andata chissà dove, avrei conosciuto chissà chi, nella smania perenne di uscire da quello stato di irrequietezza. E invece mi trovo sempre qui. Ma profondamente diversa.

I tempi passati a cercare di non annegare nella follia e nell’ansia, mi hanno lasciato in eredità uno spazio enorme nel cuore, abituato a contrazioni ed espansioni estreme ed improvvise, hanno reso la mia attuale tranquillità un qualcosa di surreale. E’ come se mi aggirassi continuamente in una Atlantide che credevo sommersa, lontana, irraggiungibile, forse inesistente. Mi guardo attorno e non ci credo, non riesco a pensare di non essere più sola.

Non riesco a credere che davvero Gulliver sia tornato. E’ così.

Alla festa del mio trentesimo compleanno i nostri sguardi si incrociarono fatalmente. Mentre scambiavamo parole assurde, ininfluenti, queste davano una copertura ai miei occhi, che si intrecciavano con i suoi per poi fuggire tutto attorno al suo viso ed accarezzarlo lentamente, mentre la  bocca continuava a distrarlo, emettendo parole casuali.

Tutto avvenne in un istante e distrusse come un terremoto tutto ciò che era successo prima: il susseguirsi di eventi, tanti. Persone a tratti padrone della scena, poi scivolate nell’oblio. Ma nonostante questo, la stasi di anni. Lui ed io, sempre noi.

Poi il quadro appeso alla parete immobile per secoli decide di staccarsi. Nessuno sa perché. E’ sempre stato lì, ed un giorno: tac. Si stacca. Cade a terra e va in mille pezzi. Il perché non si conosce, ma non ci può fare niente nessuno perché un susseguirsi imperscrutabile di eventi che nessuno può capire ha portato ad un risultato che si può solo accettare con rassegnazione. Il quadro è rotto in mille pezzi, e noi ci siamo ritrovati, siamo felici.

Ed è con questa felicità che devo fare i conti, perché non è una cosa solo mia: abituata a cavarmela sempre da sola, a vivere sola le mie altalenanti emozioni, il susseguirsi degli effetti delle mie overdose di stimoli, di sport, di contatti, di luci e di colori, ma anche di ombre, mi trovo ora a condividere la mia vita con qualcuno, a vivere in un luogo altro da me. Felice. Accettata. Amata.

Questo blog è figlio dell’eccesso, lo scarto di lavorazione della mostruosa carica di energia e di vita che possiedo, ma anche dell’ansia e della voglia di fare ed interagire, di fare scorta e anche indigestione di stimoli finché l’autodistruzione o l’appagamento non sopraggiungano.

Non ho il coraggio di sovraccaricare un luogo di perfezione, una cosa preziosa e delicata, il luogo dell’estasi dello spirito, del corpo e della mente, con il delirio e l’esagerazione. Non ora, almeno. Fino a quando non saprò scaricare su questo luogo in cui sto vivendo la mia energia in una maniera non già comune ad entrambi, ma mia, solo mia, o in alternativa non riuscirò a trarre energia anche dall’equilibrio e dalla felicità, questo blog rimarrà sopito.

Mentre vivrò, la mia ansia dormirà e io trarrò forza e stabilità da questa virtuosa svolta della mia vita.

A volte mi chiedo se questo blog non rappresenti semplicemente una fase della mia vita. Ma mi rispondo poi che la felicità che mi dà e mi ha sempre dato trasmettere idee, emozioni ed immagini – seppure a poche persone - è impagabile e fa parte di me. Come questo blog.

 

 

postato da FatinaTedesca 23:09 | commenti (3)

giovedì, dicembre 07, 2006

Un tempo vivevo e raccontavo, raccontavo e vivevo ancor più intensamente. Adesso vivo, vivo sempre intensamente, ma non racconto più.

Forse perché le cose più belle che avrei da raccontare non sono più solo mie. Forse perché la frustrazione mi ha abbandonata. Non so se sia un normale processo di crescita o se mi stia spegnendo. Lo vedo come un nuovo equilibrio. Come il divenire Amore di un amore.

Forse perché il fatto di lavorare in un grande circo, di cui però non voglio parlare per non correre il rischio di collegare la mia maschera giornaliera con queste pagine (cosa che prima o poi potrebbe avvenire, e pazienza!). Mi diverto a fare la grande. I grandi lavorano - a me sembra ancora una cosa strana: mi guardo attorno e sono contenta, analizzo lo zoo umano e sorrido - e non scrivono sui blog perché non hanno tempo. Forse non sognano? Io non ho mai avuto grandi sogni. Progetti sì.

La mia vita continua però nella stessa direzione. Forse solo con un po' meno tempo per me e per rilassarmi, ma molto per dare tutta me stessa in un lavoro che per ora è duro e mi piace.

Piano piano me stessa si sta arrampicando su per il pozzo in cui si è gettata a capofitto, sta per scivolare sopra i bordi e defluire all'esterno. Si vede che la terra, là sotto, già trema tutta. Intanto, in silenzio faccio foto e lunedì andrò in radio alle 22:30, a parlare del mio viaggio a Bologna.

Scriverò presto qualcosa per un amico in merito.

E per il momento, mentre taccio e vivo, guardo tutto attraverso un obiettivo. Il mondo è diverso quando tuffi lo sguardo, la mente e tutta te stessa nell'obiettivo di una reflex. La adoro.

postato da FatinaTedesca 22:32 | commenti