Ciò che è è, ciò che non è è possibile

venerdì, giugno 08, 2007

Eyeglasses (2/2)

Non so perché si pianga ai funerali, se più per se stessi o per la persona che è morta: forse piangevo per me stessa, al funerale di mia nonna. Per egoismo e smarrimento. Perché la mia sicurezza, la mia energia, la mia voglia di vivere, sono state sempre basate sulla certezza che al mondo c'è qualcuno per cui sono sempre stata tutto.

Mi sentivo come se il funerale fosse una cerimonia di addio solo per me e lei, per questo piangevo non curandomi degli altri, perché gli altri non esistevano. Eravamo solo io e la bara, con dentro il suo corpo.

Lei non stava male di sicuro, si vedeva da come stava sdraiata nella bara, con il suo vestito di seta cucito da una nuora che l’ha amata più di suo figlio e quel sorriso sollevato e riposato di chi aveva l’anima in pace: aveva fatto tutto il possibile. Tutto ciò che aveva potuto soffrire lo aveva sofferto sulla terra nei suoi novantuno anni di vita tempestati di fatiche e disgrazie, affrontate sempre con il sorriso beffardo di chi se ne fotte della debolezza e della tristezza, o forse, giacché non se le può permettere, spende le proprie energie trovando un diversivo e rimboccandosi le maniche, sempre.

Tutte le lacrime che avevo potuto piangere per lei, le avevo piante in anticipo. Ogni momento in cui mi rendevo conto di quanto lei fosse per me più importante di chiunque altro, non perché gli altri avessero meno valore, ma perché mi sentivo uguale a lei nel profondo, piangevo, per la sua scomparsa. Di nascosto. Ogni volta che mi diceva che sarei dovuta andare al suo funerale e che non avrei dovuto piangere, piangevo. Ogni momento in cui toccavo il picco della felicità, ridendo e stando bene con lei, poi piangevo. Piangevo perché sapevo che non avrei mai potuto voler bene così a qualcuno. E che nessuno mi avrebbe potuto voler bene così. Non così tanto. Così.

Piangevo al funerale pensando che non solo dicevo addio alla vecchina che andavo a trovare sempre all’ospizio attendendo, pazientemente e con il sorriso, il mio vero nome, una risposta, una domanda, un barlume di lucidità; dicevo addio a anche e soprattutto a tutto ciò che era stata prima. A quello che era, non avevo avuto il coraggio di pensare, per lunghi anni: la foto del mortorio è stata illuminante, ancora parlava, rideva, faceva battute oscene, andava in bici in campagna, si guardava allo specchio ed andava dalla parrucchiera.

Nel substrato del mio essere, nelle mie camminate sicure sui tacchi, nella tenacia nell’affrontare una salita, nella forza nell’affrontare il dolore, c’è e ci sarà sempre una vecchia. Era strabica ed aveva un aspetto buffo, ciò nondimeno aveva sposato un bell’uomo, diceva sempre.

postato da FatinaTedesca 12:43 | commenti (6)

lunedì, giugno 04, 2007

Disguise

Ho bisogno di cercare nella memoria tutta l'allegria che possa esserci in questo mondo. Quella allegria che ti fa ridere e correre anche al cimitero.

Mia nonna è morta. La ricordo con un post del 2004, come quelle trasmissioni che un tempo, d'estate, quando nessuno guardava la tv, trasmettevano il meglio del meglio, in cui si vedevano personaggi in vestiti invernali, quasi già fuori moda dopo solo una stagione. Una cosa che accomuna me e loro è che, guardandomi, non mi accorgo che è cambiata la stagione, che sono passati tre anni. La mia vita è la stessa. Solo mi risulta difficile ora, dopodomani, ridere uscendo dal cimitero. Perché al cimitero c'è lei, non più sorridente e beffarda in barba all'età ed alla morte, ma sconfitta o forse finalmente al riposo, sotto la terra.

... Con la stessa vocina allegra gli ho raccontato che ieri, insieme a mia nonna, per l'occasione seduta su una comoda carrozzina che le ha permesso di percorrere due o tre chilometri senza fatica, mi sono messa a gironzolare per il cimitero, andando a guardare tutte le tombe del mio piccolo paese. E' stato bello ritrovare tante persone che conoscevo, tutte là, immortalate con le loro espressioni più belle. Molti di quelli che conoscevo erano giovani, quasi tutti morti di notte sulle strade diritte e veloci della pianura, come Max e Leo, che, a 16 anni, saliti sulla moto di Max, hanno trovato entrambi la morte in un fosso vicino al Reno, nella notte, nella nebbia, nel freddo del gennaio del 1989; o anche Monta, che è stato un mio compagno di giochi, quando avevamo costruito abusivamente un campo da pallavolo; c'era anche un vecchietto piccolo e rugoso, che gironzolava sempre con la sua biciclettina nei dintorni della mia casa e anche sua moglie, così grossa e buona, anche se aveva una faccia cattiva che era morta qualche mese dopo di lui. Non mi ero resa conto che fossero morti: si sono dileguati senza che io me ne rendessi conto, e così tante delle persone che ho visto ritratte in foto, sulle tombe. L'epoca della morte dei giovani si lasciava intendere dal loro abbigliamento, mentre gli adulti avevano foto senza tempo. Mia nonna cominciava a scalpitare e quindi sono andata via prima di riuscire a trovare la tomba di Giuseppe P, mio bisnonno, che faceva lo scariolante, come quelli della canzone che ci insegnavano alle medie. La cosa non mi ha intristito particolarmente, sono cose della vita. All'uscita mia nonna si era stancata di farsi spingere e così i paesani hanno visto una scena quanto meno singolare: una novantenne magrissima e piccolina, con i capelli tinti di castano e gli occhialoni, vestita elegantemente di nero e verde scuro, spingeva, mettendoci molta energia, una giovane in minigonna e canottiera, visibilmente sana, seduta su una carrozzina, all'uscita del cimitero!
Tutte due ridevano come due matte, dovevano trovarci qualcosa di veramente divertente in tutto ciò.
La mia passione per lo sterrato poi si è abbattuta come una punizione divina, su mia nonna, che ha percorso, in carrozzina, spinta da me, un luuuungo prato, tirandomi (urlando!) contemporaneamente degli accidenti in dialetto e sventolando pericolosamente il bastone. Poi però sembrava si fosse divertita anche lei, quando lo raccontava a mia madre! ...

postato da FatinaTedesca 23:12 | commenti (6)